6 parole russe per un Paese che scivola verso l'autoritarismo

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Quando un carro armato si blocca davanti all'ingresso di un circo, la scena sembra uscita da un film comico, ma in Russia è davvero successo: nel giugno 2023, durante la ribellione del gruppo Wagner, un carro armato si è incastrato tra le colonne colorate del circo di Rostov-sul-Don. I manifesti allegri e la corazza militare hanno prodotto una foto diventata subito virale, a metà tra tragedia e farsa. Eppure, questa immagine racconta in un unico scatto il paradosso dell'autoritarismo russo: fuori sembra che tutto sia sotto controllo, dentro regna il caos. L'errore che facciamo spesso è pensare che l'autoritarismo sia solo una questione di leader forti, uniformi militari e repressione esplicita. Ma la realtà è molto più sottile, e il modo in cui i russi parlano del potere ne è la prova più lampante: il linguaggio diventa uno strumento di sopravvivenza, di resistenza e, a volte, di autoinganno. Prendi la parola vlast': in teoria vuol dire “potere”, ma in Russia è qualcosa di più. Non è solo un concetto astrato: i rappresentanti dello Stato sono chiamati “quelli che hanno la vlast'”. Non sono “funzionari” o “politici”, ma incarnazioni viventi del potere assoluto. Anatoly Sobchak, mentore di Putin, aveva detto: “Noi [democratici] abbiamo il potere. Quindi questa è una democrazia.” Ma in Russia, il potere non è mai neutro: chi lo gestisce, spesso lo piega per schiacciare chi sta sotto. E ciò che sembra lontano – un capo di Stato che usa strumenti “apolitici” per colpire gli avversari – può diventare realtà ovunque, se non si riconoscono i segnali. Dietro ogni regime c'è un esercito silenzioso di byudjetniki, letteralmente “persone da budget”: insegnanti, medici, impiegati pubblici, studenti, tutti dipendenti dallo Stato per il proprio stipendio. Sono loro che riempiono le piazze ai comizi pro-Putin, spesso costretti con la minaccia di perdere il lavoro o di essere espulsi dall'università. Una professoressa di Perm' raccontava di aver ricevuto una chiamata: “O vai alla manifestazione, o domani non entri più in classe.” I più fortunati sono pagati, gli altri vanno per paura. Questo patto silenzioso tiene in piedi il sistema: in cambio di sicurezza e paghe regolari, si accetta di recitare la parte del pubblico entusiasta. Ma la paura è la vera moneta di scambio. Poi c'è la parola zona, che in russo indica un “territorio speciale”, ma è anche slang per “prigione”. Nella cultura russa, la zona non è solo un luogo fisico: è uno stato mentale, una realtà parallela dove le regole sono sospese e la violenza è consentita per progettazione. Pensiamo a Chernobyl, ai gulag, ma anche a Gaza o al Donbas: ogni volta che si crea una zona dove la brutalità viene tollerata, quella logica prima o poi esce e contagia tutto il resto. La storia insegna che i metodi violenti usati per conquistare il potere diventano quasi sempre il sistema – basta guardare ai bolscevichi o ai fascisti. Se lasci che la barbarie esista “lontano”, prima o poi busserà alla tua porta. Un esempio ancora più inquietante è la kadyrovizzazione: Ramzan Kadyrov governa la Cecenia come un feudo personale, sperimentando forme estreme di repressione – dalle torture alle “scuse forzate” filmate e pubblicate online, ora replicate in tutta la Russia. È come se si creasse un laboratorio di oppressione, dove quello che succede resta invisibile agli altri… fino a quando non diventa la norma ovunque. E oggi la prigione ha anche le sue mura digitali. Il gulag digitale nasce quando la Russia, dopo aver represso la stampa libera, cerca di isolare la propria rete dal mondo. Tutto viene centralizzato in un'unica app, comoda per prenotare il medico ma perfetta per multare chi protesta o inviare convocazioni militari. La comodità diventa la scusa per perdere la libertà. Ma nella vita quotidiana, la sensazione dominante resta quella dell'assurdo. L'espressione “circo maledetto” era già popolare, ma la foto del carro armato bloccato davanti al tendone l'ha trasformata in un meme vivente. Tutto sembra una pantomima, ma dietro le quinte la paura cresce. Solo che, in Russia, si è imparato a non aspettarsi mai il peggio: si dice “dna net”, cioè “non esiste un fondo”. Ogni volta che pensi di aver toccato il fondo – con Navalny, con le elezioni truccate, con le leggi assurde – c’è sempre un nuovo abisso. E quando ti convinci che più in basso non si possa andare, dal fondo si sente bussare; i russi lo dicono così: “sotto il fondo qualcuno bussa ancora”. L'autoritarismo non arriva mai tutto insieme: si insinua, una linea di confine alla volta, una parola alla volta. Chi ha vissuto tutto questo, come Maria Kuznetsova o Dan Storyev, lo racconta con un linguaggio pieno di codici, ironie e amarezze che solo chi le ha vissute può veramente capire. Se pensi che il modo in cui il linguaggio cambia il potere ti abbia aperto gli occhi, su Lara Notes puoi segnarlo con I'm In – scegli se è una nuova consapevolezza, un'esperienza che hai vissuto o una convinzione che adesso ti porti dietro. E se domani ti capita di raccontare a qualcuno la storia del carro armato al circo, o la battuta “non esiste un fondo”, su Lara Notes puoi usare Shared Offline per taggare chi era con te: così la conversazione resta, anche quando il resto sembra sparire. Questa Nota viene da Foreign Policy e ti ha fatto risparmiare 11 minuti.
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