Andy Goldsworthy: recensione di Fifty Years, una passeggiata selvaggia tra vita, morte e tosatura delle pecore
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Un viaggio di sangue, pietra e pecore: vivere l'arte selvaggia di Andy Goldsworthy.
Entra in una galleria e lasciati trasportare, non solo in campagna, ma nel suo nucleo più crudo e senza fronzoli. La retrospettiva Cinquanta anni di Andy Goldsworthy invita i visitatori a una passeggiata viscerale attraverso i cicli della vita rurale, dove bellezza e brutalità, vita e morte, sono cucite insieme con la stessa forza del tappeto di pelle di pecora che ti accoglie alla porta. Questo tappeto non è lussuoso; è composto da scarti di tosatura, ogni pezzo segnato dal lavoro e dal sangue della fattoria, cucito insieme con spine: un immediato promemoria che la natura, per tutto il suo fascino, è tutt'altro che gentile.
La mostra si rifiuta di romanticizzare. Uno schermo di filo spinato arrugginito suggerisce separazione e protezione, ma anche i pericoli e i confini insiti nella campagna. Anche le opere più seducenti, gli acquerelli viola scintillanti, nascondono le loro origini: pigmento fatto con sangue di lepre e neve. I materiali non sono mai neutrali; sono scelti per confrontarsi, per farti sentire il costo e le conseguenze di vivere vicino alla terra.
L'arte di Goldsworthy è sempre esistita in dialogo con la natura, spesso utilizzando elementi che svaniscono, decadono o vengono visti solo dagli animali di passaggio. Che si tratti di curvare un muro di pietra secca attraverso una foresta, di lanciare bastoncini per vedere come rotolano, o di far rotolare una palla di neve delle Highlands attraverso un mercato londinese, ogni atto chiede cosa significhi creare e testimoniare, sfumando il confine tra intenzione umana e casualità naturale.
Al centro della mostra c'è un muro di argilla crepata, rosso sangue, raccolta con le sue stesse mani dalle colline. Il colore pulsa con lo stesso ferro che fa diventare rossi sia la terra che il sangue, rendendo innegabile il legame tra i nostri corpi e la terra. Un'altra stanza diventa un campo di pietre tombali, ognuna salvata dall'atto della sepoltura, tagliata in modo netto per formare un percorso tra i vivi e i morti. La linea tra arte e pubblico diventa la linea tra la vita e ciò che viene dopo; misurata, precisa, inflessibile.
Le fotografie di cimiteri oscuri e tempestosi e i materiali elementari (capelli, sangue, argilla, pietra) parlano di cicli che si estendono oltre la vita di un singolo essere umano. Nel mondo di Goldsworthy, non c'è via di fuga dall'abbraccio della natura o dalla sua rivendicazione finale su di noi. La mostra sconvolge e tranquillizza a turno, insistendo sul fatto che la connessione con la terra non è mai passiva, sempre carica di perdita, lavoro e possibilità di trasformazione. Questa è la vita rurale non come fuga, ma come resa dei conti: una passeggiata selvaggia e inquieta attraverso la bellezza e la tristezza che ci plasmano tutti.
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Andy Goldsworthy: recensione di Fifty Years, una passeggiata selvaggia tra vita, morte e tosatura delle pecore