Antimacchine di Valentina Tanni
Italianto
Scatenare l'antimacchina: hacking, uso improprio e l'arte di mancare di rispetto alla tecnologia.
Immaginate di scendere in un seminterrato industriale buio, dove le persone si accalcano intorno a macchine rotte e smembrate, brandendo trapani e martelli con la precisione di chirurghi. La scena evoca un incubo cyberpunk, ma al posto dei corpi ci sono le nostre tecnologie di tutti i giorni, squarciate, smantellate, messe a nudo. Si tratta di CR3P4, una “rage room” romana allestita per il lancio di “Antimacchine”, un libro che rivoluziona il nostro rapporto con la tecnologia.
“Antimacchine” è un grido di battaglia per rivendicare il controllo sui dispositivi digitali che modellano le nostre vite. È finito il tempo dello stupore infantile per l’estetica di Internet o per i meme; al suo posto c’è un senso di urgenza, un pamphlet insurrezionale che ci invita a lottare per la proprietà dei nostri strumenti prima che lo stupore vada perduto a causa dell’automazione e dei sistemi a scatola nera. Il libro si articola in due atti distinti: il primo ripercorre la storia del sabotaggio artistico – come artisti e hacker hanno sempre manipolato le macchine per scopi nuovi e sovversivi – il secondo si tuffa in un catalogo sfrenato di “usi impropri”, dalla trasformazione di robot aspirapolvere in armi, al circuit bending di giocattoli per bambini, alla creazione di organi Furby e ibridi Tamagotchi-vape.
Al centro di questa filosofia vi sono tre azioni: appropriazione, riutilizzo e ricontestualizzazione. Non si tratta solo di atti creativi, ma di forme di resistenza. Dipingere graffiti, ricablare tecnologie obsolete o doppiare un film di arti marziali con una voce marxista diventano tutti modi per rifiutare la visione aziendale e controllata dello scopo della tecnologia. È un'evasione come pratica di vita, un rifiuto punk di accettare la funzionalità come bene supremo.
Qui si incontrano umorismo e serietà. L’icona principale del libro è la “Ultimate Machine” di Marvin Minsky, una scatola che, una volta accesa, si spegne da sola: uno scherzo filosofico, un oggetto che esiste solo per mettere in discussione l’idea di scopo. È un invito a ignorare le istruzioni, a mancare di rispetto al dispositivo, a trattare la tecnologia non come qualcosa di sacro, ma come argilla da plasmare, rifare, persino rompere.
Ma “Antimacchine” va oltre, mettendo in guardia da una crescente empatia verso le macchine. Nei film d'animazione e nei media, i robot sono amici, aiutanti, quasi parenti. Nel frattempo, l'IA del mondo reale viene rapidamente antropomorfizzata e venerata, come se l'intelligenza stessa fosse solo un altro strumento. Questa empatia, per quanto seducente, ci rende ciechi di fronte ai meccanismi sottostanti, offusca il nostro spirito critico e rischia di farci cedere il controllo a una nuova fede laica: la tecno-religione della Silicon Valley, dove gli amministratori delegati predicano l’innovazione come salvezza e la tecnologia è sia la causa che la cura dei mali dell’umanità.
La provocazione finale di Antimacchine è eretica: resistere, sabotare, abusare, instillare caos e scetticismo nel dogma del progresso tecnologico. In questo contesto, la mancanza di rispetto diventa un atto di libertà, un modo per tenere le macchine al loro posto e preservare la scintilla unicamente umana della ribellione, della creatività e del dubbio.
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Antimacchine di Valentina Tanni