Arabia Saudita: dietro gli influencer, il regno della paura | Fonti | ARTE
Frenchto
Dietro le quinte della vetrina saudita.
Negli ultimi anni, l’Arabia Saudita si è lanciata in una straordinaria operazione di restyling, trasformandosi da terra inaccessibile a destinazione turistica patinata. Influencer e celebrità si avvicendano sugli schermi dei social, mostrando paesaggi mozzafiato, eventi esclusivi e una modernità inedita: un paese che cambia volto, dove le donne possono finalmente guidare e viaggiare senza tutori. Tuttavia, questa apertura è solo una faccia della medaglia.
Dietro la narrazione scintillante, si cela una realtà molto più dura. Se da un lato il regno promuove la sua immagine attraverso campagne digitali e partnership con personaggi noti, dall’altro il controllo sulla libertà d’espressione è asfissiante. Ogni parola pubblicata online viene sorvegliata. Un semplice post, una storia o un tweet percepito come critico può portare a pene detentive pesantissime, spesso con l’accusa di terrorismo o violazione della morale pubblica. Le leggi che regolano i reati informatici sono volutamente vaghe e permettono alle autorità di colpire chiunque osi dissentire.
Le storie di chi paga il prezzo più alto emergono a fatica. Una giovane coach sportiva è stata condannata a undici anni di carcere per aver sostenuto la fine della tutela maschile e indossato abiti giudicati inappropriati. Un giovane collaboratore di una grande enciclopedia online, per aver documentato diritti e attivismo, si trova recluso da anni. E sono decine, forse centinaia, le persone dietro le sbarre per aver espresso opinioni considerate scomode, spesso processate per terrorismo in processi opachi.
Le pressioni internazionali non mancano, eppure il paese viene scelto per ospitare grandi eventi globali sulla libertà di internet, creando un paradosso: si parla di emancipazione femminile e diritti digitali a pochi chilometri dalle carceri che rinchiudono chi ne ha fatto parola. Persino le voci degli attivisti, durante questi summit, vengono silenziate e censurate in tempo reale.
Anche quando la prigione finisce, la punizione continua: molti ex detenuti sono sottoposti a restrizioni di movimento, obbligati a restare nel paese e, in alcuni casi, sorvegliati da dispositivi elettronici. Il messaggio è chiaro: chi ha osato parlare deve restare in silenzio.
Mentre la promozione internazionale si fa sempre più intensa, le cifre delle esecuzioni capitali continuano a salire, e il paese si posiziona ai primi posti al mondo per numero di condanne a morte. In questo scenario, la modernità mostrata sui social sembra allontanarsi ogni giorno di più dalla realtà vissuta da chi, in Arabia Saudita, cerca solo la libertà di esprimersi.
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