Biografia in mostra | Palazzo Esposizioni Roma
Italianto
Immagina un artista che, invece di cercare uno stile definitivo, trasforma tutta la sua vita in una serie di cambi di pelle, di materiali, di ossessioni: Mario Schifano è stato questo, e molto di più. Non è nato a Roma, ma in Libia, in mezzo alle sabbie e agli scavi archeologici, figlio di un restauratore e di una madre che durante la guerra rientra in Italia con i figli passando per campi profughi e alloggi provvisori a Cinecittà. Da ragazzo lascia la scuola, lavora in una pasticceria di Trastevere, poi viene assunto al Museo Etrusco come lucidatore di disegni. E già qui salta la prima etichetta: invece della classica gavetta accademica, Schifano cresce tra polveri, materiali, mani sporche e sogni di pittura che lo fanno sembrare “serio, educato, ma insofferente alla disciplina”, come scrivono di lui i suoi superiori. La tesi che cambia tutto è questa: la vera biografia di Schifano non sono le date, ma i continui salti da un linguaggio all'altro, la capacità di vivere ogni crisi dell'arte come un'occasione per inventarne una nuova. L'idea di un artista fedele a una sola forma non gli appartiene: Schifano anticipa le crisi dell'immagine, abbandona e riprende la pittura, usa cinema, fotografia, emulsioni, perspex, computer, rifiuta di essere solo pittore quando tutti lo vorrebbero re del monocromo. Lo vedi già nei primi anni Cinquanta, quando inizia a esporre mentre lavora ancora al museo. Nel 1959 espone alla Galleria Appia Antica con Emilio Villa che lo esalta per la sua “frenesia autentica”. Nel suo minuscolo studio su una terrazza romana, sperimenta con il cemento e il ferro, creando quadri che sembrano sculture e viceversa. Nel 1960, con la mostra “5 pittori. Roma 60”, si impone con una generazione che rifiuta la figurazione e trasforma il quadro in un oggetto assoluto. Poi, improvvisamente, i monocromi: tele stese di smalto nero o bianco, numeri e lettere stampigliati come se fossero imballaggi, pieghe e grinze lasciate dalla carta incollata sulla tela. Giorgio Franchetti, collezionista visionario, li chiama “voluttuosi”. Ma Schifano non si ferma qui: nel '61 firma un contratto con la gallerista Ileana Sonnabend, si licenzia dal Museo Etrusco e comincia a proiettare sulla tela marchi di Coca-Cola e Cities Service, anticipando la pop art italiana ma senza mai copiarla da quella americana. C'è un episodio che spiega tutto: nel 1963, invece di volare a Parigi per la sua mostra personale da Sonnabend, rimane a Roma e inaugura “Schifano. Tutto”, dove trasforma paesaggi urbani, incidenti stradali, pubblicità in quadri che sono reportage della realtà manipolata. In quei giorni cena con Marcel Duchamp e conosce Guttuso; parte per New York con Anita Pallenberg, dopo aver ricevuto da Calvesi il catalogo di Balla. Negli anni Sessanta, vive a Broadway, diventa amico di Frank O'Hara del MoMA, gira cortometraggi, espone alberi e paesaggi futuristi; a Roma, sperimenta dittici e trittici, ricalca oggetti, trasforma una finestra, una pianta di ficus, in protagonisti dei suoi dipinti. Cambia materiali, mescola spray, sagome, lastre di perspex colorato, ispirandosi a una parola trovata su un disco di Bob Dylan: “rivisitato”. Ogni crisi lo obbliga a cambiare ancora: nel '66 vuole smettere di dipingere e si getta sul cinema e sulla fotografia. I suoi film, spesso dispersi, sono happening in cui la realtà diventa flusso di immagini, come nella serata al Piper Club dove musica, cortometraggi, diapositive e film western si mescolano senza confini. Negli anni Settanta, finanzia gruppi della sinistra radicale, si dedica alle tele emulsionate con fotografie, partecipa alle grandi rassegne sull'arte e la fotografia, fa retrospettive che raccolgono centinaia di opere. Vive in appartamenti pieni di televisori sempre accesi, sei macchine fotografiche, otto registratori: la realtà non è mai ferma, è un archivio in movimento. Negli anni Ottanta e Novanta, mentre la sua figura viene storicizzata, Schifano continua a saltare: usa computer, stampa su PVC, affronta temi come la crisi in Medio Oriente e l'emergenza climatica. Disegna la maglia rosa del Giro d'Italia, la maglia gialla del Tour de France, il poster del G7, viaggia in Brasile e ridipinge una casa nella favela di Rio per sfidare le regole imposte dalle autorità. E quando gli chiedono perché non si accontenti di un solo stile, risponde con i fatti: ogni stagione è un'invenzione che rovescia la precedente, ogni materiale un modo per forzare i limiti della pittura e della visione. La prospettiva che spesso manca su Schifano è questa: la sua irrequietezza non è un difetto, ma la sua vera coerenza. Dove altri artisti cercano una cifra unica da ripetere all'infinito, lui si auto-sabota, cambia strada, brucia i ponti dietro di sé. È stato definito “umano-non-umano”, sempre in bilico tra presenza e distanza, tra pittura e cinema, tra opera e fuoriquadro. La frase che riassume tutto? “Ha dato alla pittura la forza di giocare con l'inconsistenza dell'istante e ha tolto al cinema l'illusione di poter fotografare il tempo.” Se questa esplosione di cambi continui ha cambiato il tuo modo di pensare all'arte, su Lara Notes puoi dichiararlo con I'm In: non è solo interesse, è ammettere che questa irrequietezza ti riguarda. E se tra qualche giorno ti ritrovi a raccontare a qualcuno che Schifano viveva circondato da otto televisori sempre accesi, su Lara Notes puoi taggare chi era con te con Shared Offline: è il modo per fissare che quella conversazione contava davvero. Questa Nota nasce grazie al lavoro del Palazzo delle Esposizioni Roma e ti fa risparmiare 25 minuti rispetto alla lettura integrale.
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