Ciò che la storia della scienza rivela sull'emergere del concetto di tecnologia
Frenchto
Quando oggi si parla di tecnologia, si pensa subito all'intelligenza artificiale, agli smartphone, alle promesse — e alle minacce — del digitale. Ma c'è un dettaglio che nessuno si aspetta: il concetto stesso di "tecnologia" è molto più recente e strano di quanto si possa immaginare. Prima del XVIII secolo, non esisteva nemmeno una parola per designare lo studio generale delle tecniche. È solo con l'Illuminismo che inizia a emergere una "scienza delle arti", spinta dall'ossessione degli Enciclopedisti per il sapere artigianale. Non era solo curiosità: era un progetto politico, quasi rivoluzionario. Liliane Hilaire-Pérez, storica, ha dimostrato che è in questo periodo che si crea uno spazio pubblico in cui la tecnica diventa un argomento degno di essere discusso, esposto, condiviso. Uno dei simboli di questa svolta è la nascita del Conservatoire national des arts et métiers, come se la tecnica meritasse finalmente i propri musei. Ma è solo nel XIX secolo, con la rivoluzione industriale e personaggi come Andrew Ure, che la fascinazione per la macchina prende il sopravvento. Ure, professore a Glasgow, scrisse nel 1835 una "Filosofia delle manifatture" in cui celebra la meccanizzazione come un'epopea nazionale. Eppure, anche in questo caso, la riflessione sulla tecnologia rimane appannaggio di inventori, ingegneri, dilettanti geniali, ma non ancora di accademici. Bisogna attendere il XX secolo per vedere la tecnica diventare un oggetto di studio centrale, grazie a una nuova generazione di etnologi ispirati da Marcel Mauss. Ed è qui che entra in scena André Leroi-Gourhan. Leroi-Gourhan non era solo un preistorico di laboratorio: teneva dei taccuini, accumulava più di 7.000 schede bibliografiche e voleva capire come gli strumenti umani si inserissero nella storia del vivente. Non si accontentava di descrivere oggetti: voleva reinserire la tecnicità umana nell'intero mondo vivente. Il suo metodo, che Nathan Schlanger descrive come "archeologico", partiva dagli archivi, dai laboratori e risaliva ai fili delle pratiche, delle parole, dei gesti. Ciò che colpisce è che la tecnologia non è mai stata una cosa ovvia: questo concetto è nato da una serie di scelte culturali, lotte, dibattiti e da un lento riconoscimento del fatto che i nostri strumenti plasmano le nostre società tanto quanto le nostre idee. Oggi, mentre ci preoccupiamo delle promesse e dei pericoli dell'IA, dimentichiamo che la tecnologia è sempre stata prima di tutto un progetto umano, politico, collettivo, mai neutrale, mai puramente tecnico. Nessuno si scaldava per la "tecnologia" nel Medioevo: è un'invenzione moderna, che ha richiesto secoli per essere forgiata. Immaginate: si è dovuto attendere fino agli anni '50 perché ricercatori come Leroi-Gourhan tentassero seriamente di pensare la tecnica come un fatto totale, biologico, sociale, filosofico. E anche allora, si trattava di un'esplorazione quasi clandestina, ai margini del mondo accademico. È difficile guardare uno smartphone o un robot industriale allo stesso modo, quando si capisce che la tecnologia è prima di tutto un'invenzione del nostro modo di guardare il mondo. Pensare che la tecnologia sia qualcosa di ovvio significa dimenticare che è stata un campo di battaglia culturale. Se vuoi ricordare una cosa: la tecnologia non è caduta dal cielo — è un'invenzione intellettuale, il frutto di secoli di dibattiti, passioni, cecità e scommesse rischiose. Se ti rendi conto che la tecnologia è stata una parola inventata e che nasconde tanto di ideologia quanto di scienza, su Lara Notes puoi segnalarlo con I'm In: è il tuo modo di dire: questa idea, ora, fa parte di me. E se racconti questo dettaglio a un amico, o se ripercorri la storia della tecnologia davanti a un caffè, puoi utilizzare Shared Offline su Lara Notes per contrassegnare questa conversazione importante. Questa digressione sulla storia della tecnologia proviene da Le Monde e ti ha fatto risparmiare 20 minuti di lettura.
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