Dentro Anthropic, il colosso dell'IA da 965 miliardi di dollari | The Circuit

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Un ingegnere di Anthropic ha dichiarato che negli ultimi sei mesi, il cento per cento del suo codice è stato scritto da Claude, l'intelligenza artificiale dell'azienda. Non il 50 o l'80 per cento: tutto. E lui, a capo di un team di sviluppo, non lo dice con ansia, ma con entusiasmo: “Mi sembra di avere un jet pack, l'ingegneria non è mai stata così divertente”. Ma questo entusiasmo nasconde una domanda che nessuno, nemmeno all'interno di Anthropic, riesce a eludere: se Claude può scrivere tutto il codice, cosa resta da fare agli umani? La tesi di fondo è questa: la rivoluzione dell'intelligenza artificiale non è più una teoria, è già realtà. Anthropic, nata appena nel 2021 da una scissione dell'ex OpenAI, è passata in tre anni da un gruppo di sette persone che si incontravano su un prato a San Francisco a un'azienda valutata quasi mille miliardi di dollari. E nonostante si presenti come la “compagnia AI più attenta alla sicurezza”, i suoi modelli stanno già riscrivendo le regole dell'economia, del lavoro, perfino della guerra. La storia si snoda attorno ai fratelli Dario e Daniela Amodei: lui, cresciuto tra libri di fantascienza e calcoli presi a Berkeley da adolescente, era ossessionato dall'idea di comprendere l'universo. Lei, più vicina all'arte e alla lettura, ha iniziato la sua carriera in Stripe. Hanno vissuto insieme a San Francisco, hanno lasciato OpenAI quando i valori si sono incrinati e hanno fondato Anthropic con l'idea radicale che “non si può lavorare con chi non ci si può più fidare”. Oggi sono ancora tutti e sette i co-fondatori originali in azienda: un'anomalia nel mondo tech. Un dettaglio che fa capire quanto la missione morale conti più delle carriere individuali. E la questione della fiducia ritorna ovunque: Dario lo dice chiaro, “non si tratta solo di sicurezza dei modelli, ma di onestà e coerenza dei valori”. Eppure, mentre Claudio cresceva, sono arrivate le scelte difficili. Quando Anthropic ha sviluppato Mythos, un modello così potente da identificare migliaia di vulnerabilità nei sistemi informatici mondiali, perfino le agenzie federali hanno chiesto l'accesso. Alcuni partner aziendali li hanno implorati: “Questa è un'arma superpotente, vi prego non rilasciatela”. E la risposta di Anthropic è stata tracciare delle linee rosse: accesso solo a organizzazioni selezionate, nessun uso per la sorveglianza di massa o per armi autonome. Per questa scelta, Anthropic è finita in rotta di collisione con il Pentagono, fino a essere bandita dagli appalti militari USA. Ma la posta in gioco è più grande di un appalto. Dario Amodei ha una posizione netta: “Se la tecnologia serve a difendere la democrazia, va fornita. Ma non spetta a noi decidere quale operazione militare sia giusta o sbagliata: dobbiamo fissare principi e farli rispettare.” L'ironia tragica è che la stessa Claude, usata dal governo USA in un'operazione in Iran, non ha impedito un attacco che ha colpito una scuola, con decine di vittime tra i bambini. E qui arriva il ribaltamento: perfino un'azienda nata per minimizzare i rischi riconosce che, con strumenti di questa potenza, la perfezione è impossibile. “Non puoi garantire che il tuo aereo non cadrà mai,” dice Dario. “Ma il nostro compito è abbassare quella probabilità il più possibile.” La questione del lavoro è ancora più spinosa. Dario non fa sconti: “Nel giro di cinque anni, metà dei lavori d'ingresso nel settore white collar potrebbe sparire.” Per ora l'AI rende i migliori dieci volte più produttivi. Ma quando l'automazione arriverà al cento per cento, che faremo di tutti quelli che rimarranno senza ruolo? Le proposte vanno dalla tassazione progressiva delle aziende AI al reddito universale, ma la verità è che nessuno ha una soluzione pronta. La forza di Anthropic, almeno a parole, è la trasparenza: Dario parla ogni due settimane a tutta l'azienda, senza filtri. Daniela racconta che il team si interroga su quali valori umani inserire nell'AI: hanno consultato leader religiosi di ogni credo per trovare principi universali che possano guidare Claude. Ma la domanda che aleggia è: chi controlla questo potere? È meglio che rimanga nelle mani di poche startup private, di governi, o di nessuno dei due? Dario non si nasconde: “Sono spaventato sia da un monopolio aziendale che da un controllo statale totale. Servono regolamentazioni vere, controlli pre-rilascio obbligatori, ma non l'esproprio pubblico.” E qui il paradosso si svela: tutti temono il potere dell'AI, ma nessuno vuole davvero cederne il controllo. La frase che riassume tutto arriva proprio da Dario: “Spero per il meglio, ma mi preparo al peggio.” Siamo abituati a pensare che la tecnologia sia neutra e che basti metterci buone intenzioni per evitare disastri. Questa storia dimostra il contrario: quando la posta in gioco è la possibilità stessa di una catastrofe globale, la buona volontà non basta più. Se questa prospettiva ha cambiato il tuo modo di vedere il futuro del lavoro o della tecnologia, su Lara Notes puoi segnare che sei I'm In — non è un like, è dichiarare che questa idea ora ti riguarda. E se finirai a parlare di Anthropic o delle scelte dei fratelli Amodei con qualcuno, su Lara Notes puoi taggarlo con Shared Offline: così quella conversazione diventa parte della tua storia, non solo dell'algoritmo. Questa Nota nasce da Bloomberg Originals e ti ha fatto risparmiare 44 minuti.
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