Frank Furedi - Cosa distingue la cultura della paura del XXI secolo?

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Il volto frammentato della paura moderna. Entrando nel XXI secolo, non ci si trova in un’epoca definita da un unico terrore unificante, ma in un panorama di ansie personali in continua evoluzione. A differenza delle generazioni precedenti, che temevano l’ira degli dei, la minaccia di una guerra nucleare o la morsa della povertà, la società odierna vive la paura come qualcosa di diffuso, frammentato e spesso profondamente personale. L’emozione dominante non è il panico condiviso per un’unica minaccia incombente, ma un carosello infinito di preoccupazioni che entrano ed escono dalla coscienza pubblica: oggi il terrorismo, domani il cambiamento climatico, dopodomani l’influenza suina, ognuna delle quali aumenta e diminuisce con i cicli mediatici e le correnti politiche. Ciò che distingue veramente la nostra epoca non è l’intensità della paura, ma la sua forma e la sua funzione. La paura si è sganciata da pericoli specifici e ora fluttua liberamente, aggrappandosi a qualsiasi problema si presenti. Ciò significa che, invece di unirci, la paura ci divide, segmentando la società in gruppi isolati di ansia. Raramente ci uniamo di fronte a una minaccia comune; invece, viviamo in un mondo in cui le paure sono privatizzate e in continua evoluzione. C’è un altro risvolto: la paura stessa è ora considerata un problema da gestire, a volte con urgenza persino maggiore rispetto alle minacce che la provocano. Le istituzioni dedicano ingenti risorse non solo a combattere la criminalità o le malattie, ma anche a rassicurare l’opinione pubblica e a contrastare la percezione del pericolo. La paura della criminalità, ad esempio, viene trattata come un problema a sé stante, con la polizia e i media che lavorano senza sosta per calmare gli animi, indipendentemente dal livello effettivo di rischio. Questa gestione della paura si insinua anche nella medicina, dove gli specialisti non hanno solo il compito di curare le malattie, ma anche di aiutare le persone ad affrontare la paura di ammalarsi. Anche la nostra immaginazione del danno si è ampliata. Il linguaggio della vulnerabilità, un tempo riservato a strutture o ambienti, ora definisce le persone, e persino interi gruppi vengono etichettati come "i vulnerabili". Esperienze un tempo considerate sfortune passeggere sono ora considerate ferite permanenti. I bambini, ad esempio, sono considerati costantemente a rischio, il che porta a una cultura di iperprotezione e sospetto, in cui un uomo che osserva i bambini mentre giocano viene guardato con diffidenza e si disapprova il fatto di lasciare che i bambini corrano dei rischi. Forse l'aspetto più sorprendente è l'ascesa del pensiero "possibilistico". È finita l’epoca della fiducia modernista nel calcolo e nella gestione dei rischi; ora ci fissiamo sugli scenari peggiori, sulle incognite sconosciute. La possibilità che qualcosa possa andare storto è sufficiente a provocare ansia, riportandoci, in un certo senso, a una mentalità premoderna, ossessionata da pericoli invisibili, costretta ad agire secondo il principio “meglio prevenire che curare”. Questa cultura della paura si insinua nella nostra percezione di noi stessi e nelle nostre relazioni. Ora la personalità è definita dalla vulnerabilità. Siamo, soprattutto, esseri a rischio, che si riprendono dai danni del passato e si preparano ad affrontarne di nuovi. La diffusione del danno e il sospetto che persiste tra le persone, alimentati da una narrazione misantropica, erodono la fiducia e persino patologizzano l’amore, spingendoci a proteggerci proprio dalle relazioni che danno senso alla vita. In questa era dell’alta tecnologia, il fatalismo si è insinuato nella nostra vita. Non si tratta semplicemente di avere troppa paura; la nostra paura è profondamente corrosiva, frammenta le nostre comunità, mina la fiducia in noi stessi e negli altri e ci rende diffidenti proprio verso le cose che un tempo ci univano. Questo è il volto caratteristico della paura nel XXI secolo: sfuggente, pluralizzata e, più che mai, un’ombra proiettata sulle nostre vite individuali e collettive.
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