Friedrich von Borries, come possiamo ripensare l'architettura? | Poesia e verità #43
Germanto
Ripensare l'architettura: dal progresso umano alla responsabilità planetaria.
Immagina una disciplina la cui missione originale era quella di proteggerci, di rendere il pianeta abitabile, ma che ora è diventata uno dei più grandi motori di distruzione ambientale. Questa è la verità inquietante al centro della conversazione sulla reinvenzione dell'architettura nell'era dell'Antropocene, un'epoca in cui gli esseri umani sono diventati la forza geologica dominante sulla Terra.
A prima vista, l'architettura sembra semplice: l'arte di progettare e costruire strutture, case, città. Eppure, è molto di più: è il modo in cui organizziamo le nostre vite nello spazio, le forme che diamo alle nostre relazioni, i copioni che scriviamo per come viviamo insieme. Per secoli, l'architettura ha riflesso e rafforzato alcuni modelli: la famiglia nucleare, la separazione tra uomo e natura, il trionfo dell'ingegno umano sul selvaggio e imprevedibile. Ma cosa succede se, alle sue stesse radici, l'architettura ha sempre portato in sé una vena di violenza, una spinta a dominare, a separare, a controllare?
I numeri sono preoccupanti. L'ambiente edificato ora supera tutta la biomassa vivente sulla Terra. La costruzione e la manutenzione delle nostre strutture rappresentano circa un quarto delle emissioni globali di CO2 e più della metà di tutti i rifiuti in alcuni paesi. Eppure, l'industria delle costruzioni rimane ostinatamente tradizionale, aggrappandosi a materiali e metodi che sono sia familiari che catastroficamente insostenibili. Non si tratta solo di un problema tecnico, ma anche psicologico, culturale e profondamente legato al nostro senso collettivo di sicurezza e progresso.
Ma cosa succede se la stessa nozione di progresso, con la sua incessante spinta verso il "di più", deve essere messa in discussione? La conversazione si sposta sull'idea di "omissione attiva", imparando non solo cosa costruire, ma anche cosa lasciare incompiuto. Gli architetti, e per estensione tutti noi, possono abbracciare una disciplina di moderazione? Possiamo aprire spazi, letteralmente e figurativamente, per diversi modi di vivere, per meno piuttosto che per di più?
La sfida non riguarda solo i materiali o l'efficienza energetica, ma la reinvenzione del ruolo stesso dell'uomo all'interno del sistema planetario. L'idea del "planetario" ci chiede di vedere noi stessi non come governanti in cima alla catena alimentare, ma come un attore tra molti ospiti temporanei all'interno di una vasta rete interconnessa di vita e materia che ci precede e ci sopravviverà.
Non esistono soluzioni facili. Adattarsi, innovare, persino fuggire nello spazio: sono tutte strategie che riecheggiano la figura mitica di Dedalo, che inventa sempre nuove risposte intelligenti, ciascuna con conseguenze indesiderate. Ma forse ciò che serve è un cambiamento più radicale: la volontà di mettere in discussione la centralità dell'essere umano, di adottare una prospettiva che riguardi meno la padronanza e più l'umiltà, l'adattamento e la cura per la più ampia rete dell'esistenza.
Questo non è un invito alla disperazione, ma al coraggio: il coraggio di immaginare e abitare nuovi futuri, di sperimentare nuove forme di convivenza e di accettare le contraddizioni e le complessità del nostro tempo. L'architettura, e in effetti tutti noi, dobbiamo imparare non solo a costruire, ma a riparare, a lasciare stare e a sognare oltre i muri che abbiamo ereditato.
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Friedrich von Borries, come possiamo ripensare l'architettura? | Poesia e verità #43