Gianluca Nicoletti
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Quando Gianluca Nicoletti dice che suo figlio Tommy, che ha 26 anni e vive con l’autismo, è il suo gemello figlio unico, sta ribaltando completamente l’immagine che molti hanno della genitorialità. Non si tratta solo di crescere un figlio con bisogni speciali, ma di diventare, giorno dopo giorno, una persona nuova insieme a lui. La tesi qui è che la neurodivergenza in famiglia non crea distanze, ma mondi paralleli che si alimentano a vicenda. Tanti pensano che chi ha un figlio con autismo viva una solitudine fatta di rinunce e sacrifici. Nicoletti, invece, mostra come sia un viaggio in cui si impara a comunicare in modi che il resto del mondo nemmeno immagina. Gianluca Nicoletti è una delle voci più riconoscibili della radio italiana da quarant’anni. Ma è come padre di Tommy che ha deciso di usare la sua notorietà per qualcosa che va oltre i microfoni e i libri: la Fondazione Cervelli Ribelli, di cui è presidente, è nata proprio per rompere il silenzio intorno alla neurodivergenza. Ma la parte che colpisce non sono i titoli o le cariche; è la sua scelta di esporsi, di raccontare senza filtri i momenti di smarrimento, le scene di fatica quotidiana e le scoperte che solo chi vive certe realtà può capire. Una delle sue confessioni più forti arriva quando spiega che ogni volta che guarda suo figlio, si rivede in uno specchio che non restituisce mai la stessa immagine. Non è un genitore che plasma il figlio: è un adulto che si lascia rimodellare ogni giorno dalla presenza di Tommy. Un dato che spiazza: secondo la Fondazione Cervelli Ribelli, in Italia più di 600.000 famiglie convivono con la neurodivergenza, ma la maggior parte di loro si sente invisibile nel dibattito pubblico. Nicoletti racconta di quando, in radio, riceve messaggi da genitori che dicono: “Finalmente qualcuno che usa le parole giuste”. Non si tratta di trovare una soluzione, ma di cambiare il linguaggio con cui se ne parla. Ci sono anche persone che, ascoltando la sua storia, si sentono autorizzate per la prima volta a raccontare la propria, senza vergogna. Eppure, la vera provocazione di Nicoletti è un’altra: smettere di vedere l’autismo come una barriera da superare. Per lui, la relazione con Tommy non è una lotta, ma una lingua da decifrare, dove ogni giorno è una lezione di umanità alternativa. C’è un punto che quasi nessuno considera: la neurodivergenza non isola solo chi la vive, ma mette in discussione tutto il modo in cui una società pensa alla normalità. Nicoletti invita a rovesciare la domanda: non “come si fa a integrarsi?”, ma “cosa perdiamo se non ascoltiamo queste voci?” Se chi cresce con la diversità non è solo un destinatario di servizi, ma un portatore di nuove prospettive, allora ogni famiglia come la sua diventa una frontiera di cultura. In una frase: la neurodivergenza non è una distanza da colmare, ma una potenza di mondi nuovi che ci costringe a reinventare la normalità. Se questa storia ti riguarda, su Lara Notes puoi premere I'm In — non è un like, è il tuo modo di dire: questa idea adesso è mia. E se domani racconti a qualcuno cosa significa vivere ogni giorno con uno specchio che cambia forma, su Lara Notes puoi segnarlo: Shared Offline è il modo per dire che quella conversazione contava. Questa Nota viene da Imminent, il centro studi di Translated: hai risparmiato almeno dieci minuti rispetto all’articolo intero.
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