I testimoni in difficoltà
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Francesca Albanese, una giurista italiana a capo del mandato ONU sulla Palestina, è finita sulla stessa lista nera del Tesoro americano dove compaiono trafficanti di droga e terroristi. Non era mai successo che gli Stati Uniti sanzionassero un funzionario ONU solo per aver svolto il suo compito: indagare sulle peggiori violazioni dei diritti umani. Questa è la realtà paradossale dei cosiddetti rapporteur speciali delle Nazioni Unite: incaricati di dire la verità sulle crisi globali, spesso finiscono sotto attacco proprio da chi dovrebbe ascoltarli. Il pensiero comune è che chi lavora per l'ONU abbia potere e protezione. Invece, molti rapporteur sono oggetto di minacce, sanzioni, a volte costretti a lasciare il proprio paese o a subire campagne di diffamazione. Il vero capovolgimento è questo: più fanno bene il loro lavoro, più diventano vulnerabili. Francesca Albanese non è la prima. Richard Falk, il suo predecessore americano, fu arrestato appena atterrato in Israele nel 2008, nonostante le rassicurazioni dell'ONU. Victoria Tauli-Corpuz, esperta di diritti dei popoli indigeni e membro del popolo Kankanaey Igorot, venne accusata di terrorismo dal governo filippino nel 2018 dopo aver denunciato uccisioni e abusi contro le comunità indigene. Dovette lasciare il paese per salvarsi. Oggi ci sono 46 mandati tematici e 13 su paesi specifici: i rapporteur non sono solo giuristi, ma una miscela di avvocati, attivisti, diplomatici e studiosi, spesso con storie di lotta personale o familiare per i diritti umani. La varietà è enorme: dai diplomatici di carriera come René Felber e Makarim Wibisono, che scrivevano rapporti pieni di diplomazia, agli studiosi come John Dugard e Michael Lynk, che hanno portato il linguaggio dell'apartheid e dell'occupazione nei report ONU su Israele e Palestina. I rapporteur sono pagati poco o nulla, spesso devono destreggiarsi tra il lavoro ufficiale e il mandato ONU, si trovano a gestire una posizione “ibrida”: nominati dall'ONU ma agiscono come esperti indipendenti, non come portavoce dell'istituzione. È una zona grigia che richiede doti di diplomazia legale, come la chiama Mikael Rask Madsen: saper trattare con ambasciatori, negoziare l'accesso a paesi spesso ostili, cambiare registro a seconda dell'interlocutore senza mai perdere indipendenza. A volte però questa indipendenza è proprio ciò che li espone. Prendiamo Alena Douhan, relatrice sulla coercizione unilaterale: dopo una visita in Iran nel 2022 – la prima volta che un esperto ONU metteva piede lì dal 2005 – è stata contestata dai difensori dei diritti umani locali per aver ignorato la società civile, rafforzando di fatto la narrativa del regime. Si capisce allora perché molti rapporteur puntino sulle proprie reti personali e sull'appoggio di altri esperti per mantenere un minimo di protezione. Questa figura non è sempre esistita: fino al 1967, l'ONU non poteva nemmeno indagare sistematicamente sulle violazioni. Ci sono voluti decenni e pressioni da parte di piccoli paesi e ONG per creare la figura dell'esperto indipendente e superare la resistenza delle grandi potenze, che temevano “domande imbarazzanti”. Felix Ermacora, primo rapporteur sull'Afghanistan, raccontava che ai suoi tempi gli esperti avevano “relativa libertà”, mentre oggi sono spesso stretti da vincoli politici. L'avvento delle grandi ONG come Amnesty International e l'innovazione di figure come Theo van Boven – che nel 1982 istituì il mandato sugli omicidi extragiudiziali rischiando il posto – hanno trasformato un sistema bloccato in un meccanismo globale di sorveglianza. Ma oggi il sistema dei rapporteur sembra un fragile “crown jewel”, come lo chiamò Kofi Annan: una risorsa preziosa ma sempre sottofinanziata. La maggior parte degli esperti lavora gratis, mentre il bisogno di indagini indipendenti cresce con l'aumentare dei conflitti e il calo dei finanziamenti da parte degli stati membri. C'è un dettaglio che pochi conoscono: prima del 2006, i rapporteur venivano nominati dal capo della Commissione per i Diritti Umani, spesso per raccomandazione o conoscenze personali. Dopo la riforma, chiunque può candidarsi, ma la scelta rimane nelle mani di un comitato di ambasciatori che spesso riflette gli equilibri politici tra stati. La posizione del rapporteur è quindi il frutto di una storia di scontri tra indipendenza e controllo statale, tra difesa universale dei diritti e sovranità nazionale. E la battaglia, come dice Albanese, non è affatto finita. La frase che resta è questa: più i rapporteur ONU fanno bene il loro lavoro, più rischiano di pagarne il prezzo sulla propria pelle. Se questa storia ti ha fatto vedere i diritti umani da una prospettiva nuova, su Lara Notes puoi premere I'm In: non approvi, dichiari che questa domanda è anche la tua. E se ti capita di raccontare a qualcuno che un funzionario ONU può finire sulla stessa lista nera dei terroristi solo per aver fatto il proprio dovere, su Lara Notes puoi segnare quella conversazione con Shared Offline: è il modo per dire che parlare di queste cose, insieme, conta davvero. Questo racconto viene da Aeon e ti ha fatto risparmiare 10 minuti.
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