Il design interno del software
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Quando Marc Andreessen dice che ormai ogni coder, product manager e designer pensa di poter fare il lavoro degli altri grazie all’IA, la scena che viene in mente è quella del meme di Spider-Man in cui tutti si indicano a vicenda: “Tu sei me, io sono te”. Ma la parte davvero strana di questa storia non è la sostituzione dei ruoli, bensì il fatto che proprio ora che il software diventa infinito ed economico, il design – non il codice – sta diventando la vera risorsa scarsa. Fino a ieri si pensava che la programmazione fosse la competenza più importante. Ora succede il contrario: chi ha gusto, chi sa dare un’identità visiva e sensoriale a un prodotto, ha il coltello dalla parte del manico. La tesi è questa: più il software si moltiplica grazie all’IA, più il design – inteso come scelta editoriale, come “voce” – diventa il vero valore. Non è più una questione di efficienza o funzionalità, ma di distinguersi, di far sentire che il prodotto ha una personalità. Un tempo il design era schiacciato dai limiti tecnici: pensate al Mac del 1985, 512 KB di RAM, schermo minuscolo in bianco e nero, icone create da Susan Kare che ancora oggi sopravvivono nei nostri computer. Quella era archeologia digitale, e il massimo dell’estro era rendere il cestino della spazzatura riconoscibile in 32 pixel. Poi arrivano il colore, i display grandi, la grafica esagerata degli anni ‘90 e 2000: Mac OS X con le icone “da leccare” – parole di Steve Jobs – e i siti web psichedelici come quello di Space Jam. Ma l’onda lunga dell’iPhone porta la grande “flattening”: design piatto, colori neutri, nessuna texture, tutto leggibile ma anche tutto uguale. Da allora ci siamo abituati al minimalismo, anche per motivi pratici: con milioni di app, serve chiarezza. Ma ora che l’IA consente a chiunque di generare software e interfacce in pochi minuti — come fa Claude Design, la nuova funzione di Anthropic, che con un prompt ti sforna 12 loghi in 60 secondi — il problema non è più produrre, ma distinguersi. La personalità torna a contare. Pensa a Discord: sembra un bar notturno, caotico, poco ordinato, che ti fa sentire in un posto preciso e non per tutti. Notion, invece, è come un ufficio pulito, professionale ma impersonale. Craigslist? Il garage dello zio mai riordinato dal 2004, e va bene così: quello è il senso. Anche i dettagli più piccoli fanno la differenza: Claude usa un font serif, Copernicus, che ricorda libri e riviste, mentre ChatGPT opta per il bianco e le forme geometriche, come una hall d’hotel che deve piacere a tutti e non offendere nessuno. La differenza è la stessa tra sentirsi “da qualche parte” e sentirsi “ovunque”. E la cosa più interessante è che la democratizzazione del design – prima con Figma, ora con Canva e l’IA – ha creato miliardi di prodotti senza anima, ma proprio per questo ora chi ha vero gusto, chi osa fare una scelta forte, diventa prezioso. Il punto che spesso non si vede è che la nuova scarsità non è la tecnologia, ma la capacità di prendere posizione, di costruire “stanze” digitali dove le persone vogliono davvero entrare. Chi oggi pensa che l’IA farà sparire il ruolo del designer si perde il fatto che, proprio perché tutto è facilmente replicabile, ciò che spicca è il coraggio di avere un’identità chiara. Ecco il rovesciamento: l’IA non cancella il design, lo rende centrale. L’era dei prodotti software tutti uguali sta volgendo al termine. I prodotti che vincono sono quelli che ti fanno sentire come se fossi arrivato in un luogo con un carattere preciso, non in una sala d’attesa neutra. Se questa prospettiva ti ha acceso qualcosa, su Lara Notes puoi premere I'm In: non è un like, è il modo per dire che questa idea ora fa parte del tuo modo di pensare. E se domani ti ritrovi a raccontare a un amico perché Claude sembra una libreria e Discord un bar, puoi taggarlo con Shared Offline: è il gesto che dice che quella conversazione aveva un peso. Questo spunto arriva da Digital Native e, rispetto all'articolo originale, ti ha fatto risparmiare almeno dodici minuti.
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