Il minimalismo estatico di Anne Carson
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Anne Carson ha appena vinto il Nobel per la letteratura, ma c'è un dettaglio che spiazza: tra tutti i grandi sentimenti, è l'eros, il desiderio, quello che Carson prende più sul serio — e lo fa usando una scrittura che sembra trattenuta, asciutta, minimalista. L'istinto è pensare che chi scrive di emozioni violente debba essere barocco, esagerato; Carson invece comprime il caos del sentimento in forme precise, quasi geometriche. Il ribaltamento è questo: la sua scrittura minimalista non serve a svuotare le emozioni, ma a contenerle — come un argine che trattiene un'alluvione, non una diga che prosciuga tutto. Carson trasforma il tradurre in un'arte delle imperfezioni: dice che tradurre significa impegnarsi fin dall'inizio ad accettare l'errore, la differenza, il fraintendimento. In una sua poesia scrive: “Aristotele dice che la metafora fa sperimentare alla mente se stessa mentre sbaglia” — e aggiunge che l'errore è prezioso, perché è lì che si scopre qualcosa di nuovo. Da studentessa, Merve Emre racconta di aver incontrato Carson grazie alla sua traduzione dei frammenti di Saffo. Ricorda la frase “Eros, lo scioglitore di membra”, che le rimase impressa perché “scioglitore” le sembrava troppo meccanico — mentre “melter of limbs”, “colui che fonde le membra”, fa sentire la potenza fisica della passione. E poi la parola “dolceamaro”, che Carson traduce in “sweetbitter”, invertendo l'ordine consueto, proprio per restituire quella simultaneità di piacere e dolore che la versione familiare ormai nascondeva. Un dettaglio che cambia completamente il modo in cui percepiamo il desiderio. Carson non si limita a tradurre i greci: li fa dialogare con la vita quotidiana. Prendi Geryon, il mostro alato che accompagna il fratello all'asilo in “Autobiography of Red”; o i copioni TV dove Saffo e Antigone chiacchierano con Virginia Woolf. Ma sotto queste scene c'è una consapevolezza più cupa: l'eros come errore essenziale, una forza che rende gli esseri umani terribili tra loro, come scrive in “Plainwater”: “Gli uomini innamorati sono terribili. Si vedono avvicinarsi affamati come lupi preistorici, qualcosa lotta per sopravvivere tra loro come una radice o un'anima, si accende per un attimo, poi lo distruggono.” Questo desiderio che può distruggere, ma anche farci sentire “estatici” — fuori da noi stessi, quasi folli o santi. Carson studia figure come Saffo, Marguerite Porete e Simone Weil, donne che hanno vissuto l'amore come una chiamata spirituale: Saffo si sarebbe gettata da una scogliera per amore non corrisposto, Porete fu bruciata sul rogo, Weil morì di fame. Carson scrive che l'amore è il vero metro di giudizio tra una spiritualità autentica e una falsa, anche se non si sa mai da che parte si stia davvero. Il vero trionfo, suggerisce, non è vincere un premio, ma sopportare i colpi dell'eros senza spezzarsi. C'è una scena che resta: una donna in crisi, la madre che la guarda, il dottore che dice che il lutto è un processo lungo. Lei risponde: “Io resisto! La guardo negli occhi.” E la madre sorride: “Sì, ce la fai.” La scrittura di Carson sembra piccola, ma dentro c'è l'eccesso di cui di solito abbiamo paura. Se questa idea ti ha cambiato il modo di vedere la scrittura e le emozioni, su Lara Notes puoi scegliere I'm In — non è un like, è dichiarare che questa visione ora ti riguarda. E se tra qualche giorno ti capita di raccontare a qualcuno che Anne Carson usa la poesia per contenere l'alluvione dei sentimenti, su Lara Notes puoi segnare la conversazione con Shared Offline: così chi c'era lo saprà. Questo racconto viene dal New Yorker e ti fa risparmiare 1 minuto di lettura.
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