Il paradosso del potere dell'IA
Englishto
Nel 2018, il modello linguistico più avanzato di OpenAI aveva 117 milioni di parametri. Oggi, meno di sei anni dopo, i modelli più potenti superano il trilione. Per farti un'idea: la potenza di calcolo necessaria è cresciuta di dieci volte ogni anno per dieci anni di fila. Siamo di fronte a una tecnologia che cresce più in fretta di qualsiasi altra nella storia, e la cosa incredibile è che la velocità stessa di questa crescita sta cambiando chi comanda nel mondo. Si pensa sempre che solo gli stati abbiano il potere di regolare e gestire le tecnologie decisive. Ma con l'intelligenza artificiale, è il contrario: sono le aziende – non i governi – ad avere il vero controllo. E questa è la vera rivoluzione geopolitica dell'AI. Fino a pochi anni fa, le aziende tecnologiche erano considerate semplici fornitori di servizi, strumenti nelle mani dei governi. Oggi invece, compagnie come OpenAI, Google, Meta e una manciata di altre, decidono cosa i loro modelli possono fare, chi può usarli, come e per quali scopi. Hanno un potere che prima spettava solo agli stati. Mustafa Suleyman, uno degli autori dell'articolo e co-fondatore di DeepMind, è stato tra i primi a dire che gli sviluppatori di AI sono “nuovi attori geopolitici”, con una sovranità che non deriva dal voto o dal contratto sociale, ma dalla capacità tecnica. E quando il senatore americano Ted Cruz dice che il Congresso “non ha la minima idea di cosa stia facendo” sull'AI, riconosce un vuoto di potere enorme. Il paradosso è che più l'AI diventa potente e accessibile, più è difficile controllarla. L'AI non è come l'energia nucleare: non servono laboratori segreti o anni di ricerca, basta una fuga di codice e chiunque può scaricare modelli avanzati dal web. Meta ha visto il suo modello Llama-1 finire online pochi giorni dopo il lancio, e oggi versioni quasi altrettanto potenti girano su un computer che puoi affittare per pochi euro all'ora. Tra poco, modelli sofisticati gireranno direttamente su smartphone. Questo significa che la minima falla in un paese, un'azienda o una norma diventa una porta aperta per rischi globali — dalla disinformazione massiva, alle armi digitali evolutive, fino a minacce di scala esistenziale come l'AGI fuori controllo. Ma la vera domanda è: chi può davvero governare questa corsa? La risposta classica — gli Stati — oggi non basta più. In Occidente, le aziende private hanno una libertà d'azione che nessun governo riesce a limitare davvero. In Cina, dove lo stato e le aziende sono intrecciati, il controllo è più stretto, ma la tecnologia corre troppo veloce perché anche lì si possa davvero mettere il guinzaglio. Nel frattempo, Stati Uniti e Cina trattano l'AI come una sfida a somma zero: chi vince questa corsa, pensa di poter dominare il secolo. Ma mentre loro competono, la tecnologia si diffonde ovunque, e la maggior parte dei paesi sarà costretta a dipendere da chi controlla i modelli e i chip più avanzati. E qui arriva il ribaltamento: la soluzione non è più fare regole tra stati, ma costruire un sistema in cui anche le aziende tecnologiche — che piaccia o no — siedano al tavolo delle decisioni globali. Per la prima volta, la governance di una tecnologia critica deve essere disegnata con dentro chi la sviluppa, chi la possiede e chi la usa, insieme a governi, esperti, società civile. Non basta più il modello delle trattative tra stati come per il nucleare, perché l'AI è troppo facile da copiare, troppo veloce da diffondere e troppo decentralizzata. Serve una governance “tecnoprudente”, fatta di regole agili, precauzionali, impermeabili alle falle e in grado di adattarsi mentre l'AI evolve. Tre le idee forti: una task force scientifica globale, simile al panel ONU sul clima, per definire e monitorare i rischi dell'AI; un regime di non proliferazione — come per le armi — per evitare che modelli pericolosi si diffondano senza controllo tra Stati, aziende e individui; e un organismo di stabilità tecnologica, sul modello delle istituzioni finanziarie mondiali, che possa intervenire nelle crisi e imporre regole universali. Ma niente di tutto questo funzionerà senza il coinvolgimento diretto e responsabile delle aziende che oggi sono i veri arbitri del gioco, nel bene e nel male. Il contrarian? Siamo abituati a pensare che il vero pericolo siano le grandi aziende tech che prendono il potere. Ma c'è un rischio ancora più grande: che nessuno lo prenda davvero, e ci ritroviamo con una tecnologia senza freni, senza regole e senza nessuno in grado di rispondere quando qualcosa va storto. In un mondo dove basta un solo modello “fuori controllo” per creare danni globali, il pericolo non sono solo le aziende troppo forti, ma anche le aziende troppo deboli o lasciate sole. Se vuoi una frase da ricordare: l'AI non sta solo cambiando ciò che possiamo fare — sta cambiando chi comanda davvero. Se questa idea ti ha fatto vedere l'AI sotto una nuova luce, su Lara Notes puoi premere I'm In: è il gesto per dire che questa prospettiva adesso fa parte del tuo modo di pensare. E se tra qualche giorno ti ritrovi a parlarne con qualcuno mentre discutete di chi decide davvero sul futuro dell'AI, su Lara Notes puoi taggare quella persona con Shared Offline — così rimane traccia della conversazione che conta. Questa Nota arriva da Foreign Affairs e ti fa risparmiare 21 minuti.
0shared

Il paradosso del potere dell'IA