Il ruolo misterioso di Jared Kushner nell'amministrazione Trump
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Jared Kushner ha dichiarato pubblicamente: “I'm an investor now”, lasciando intendere che la politica era alle sue spalle e che non sarebbe mai tornato a Washington, anche se Trump lo avesse chiamato. E invece, senza alcun titolo ufficiale, Kushner è tornato a negoziare accordi di altissimo livello: due giorni prima dell'attacco congiunto USA-Israele contro l'Iran, era a Ginevra a trattare, poi è volato con il vicepresidente Vance in Pakistan per discutere di pace con l'Iran. Nessun incarico formale, nessuna trasparenza richiesta, solo il ruolo di “genero presidenziale” che gli consente di sedere al tavolo con leader come Putin, Netanyahu e Zelensky, e nello stesso periodo continuare a gestire Affinity Partners, il suo fondo privato con due miliardi di dollari provenienti dall'Arabia Saudita. La tesi qui è che la distinzione tra pubblico e privato, tra interesse nazionale e interesse personale, nel caso di Kushner è diventata indistinguibile. Si pensa che basti non avere una carica ufficiale per non essere soggetti a regole e controlli, ma Kushner dimostra che il vero potere oggi si esercita proprio da questa zona grigia: né dentro né fuori, sempre un passo oltre le regole scritte. Nessun altro funzionario della Casa Bianca, nemmeno chi ha fatto affari con la famiglia Trump come Steve Witkoff, è riuscito a evitare tutte le forme di disclosure finanziaria che il Congresso aveva imposto dopo il Watergate. Witkoff, per esempio, ha dovuto pubblicare la sua dichiarazione di interessi quando è diventato funzionario governativo, rivelando persino di detenere quote in una società di criptovalute fondata con i figli e i Trump. Kushner invece no: nessun modulo, nessuna trasparenza, nessuna regola, solo la parola della Casa Bianca — “volontario, sta solo aiutando”. Tutto questo mentre, secondo il New York Times, cercava di raccogliere altri cinque miliardi per il suo fondo durante il World Economic Forum di Davos, dove rappresentava anche la delegazione ufficiale USA per il piano su Gaza. Quando gli chiedono se ci sia un conflitto di interessi, risponde su 60 Minutes: «What people call conflicts of interests, Steve and I call experience and trusted relationships that we have throughout the world». La storia diventa ancora più paradossale se si guardano i numeri: un funzionario Trump aveva presentato una dichiarazione di 1.878 pagine, contro le 234 del presidente stesso. Kushner? Neanche una riga. Eppure, nella storia americana, la trasparenza era stata scelta come antidoto naturale alla corruzione: la Costituzione ha persino una clausola sugli emolumenti, e George Washington avvertiva che «foreign influence is one of the most baneful foes of republican government». Qui il cortocircuito è totale: le stesse regole nate per prevenire l’influenza straniera vengono aggirate da chi, senza carica ma con accesso a tutti i passaggi chiave del potere, può trattare con i sauditi oggi e mediare su Gaza domani. Il dettaglio più umano di questa storia? Kushner, nonostante la pressione pubblica, non vede alcun problema etico: per lui, l’esperienza e le relazioni personali sono un vantaggio, non un rischio. Ma se la trasparenza è solo per chi ha una targa sulla porta, allora il vero potere appartiene a chi può permettersi di non averla. C’è però un punto che nessuno mette sul tavolo: cosa succede quando la figura pubblica più vicina al presidente non solo non deve rispondere alle regole, ma può anche continuare a fare affari nel mondo privato senza rendere conto a nessuno? È un precedente che rischia di cambiare per sempre la definizione di conflitto d'interessi e di far sembrare la trasparenza un capriccio d'altri tempi. In fondo, la frase di Washington rimane attuale: il problema non è solo chi ha il potere, ma come ne risponde agli altri. Se la trasparenza diventa opzionale, la fiducia nelle istituzioni diventa una scommessa. Se pensi che la differenza tra pubblico e privato sia ancora fondamentale, su Lara Notes puoi premere I'm In — è il modo per dire che questa idea adesso ti riguarda. E se ti capita di discutere di Kushner o di trasparenza a cena o al lavoro, su Lara Notes puoi segnare quel momento con Shared Offline: così chi era con te sa che quella conversazione aveva un peso. Questo racconto viene da The Atlantic, e ti ha fatto risparmiare quasi quattro minuti rispetto all'articolo originale.
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