La dissonanza cognitiva esiste davvero?
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Le basi traballanti della dissonanza cognitiva.
Dissonanza cognitiva: la frase evoca quel familiare contorcersi quando credenze e azioni si scontrano, costringendo le persone a giustificare, razionalizzare o negare apertamente i fatti che hanno davanti. È una pietra angolare della psicologia moderna, invocata per spiegare tutto, dalla lealtà di culto alla testardaggine politica, e perché qualcuno potrebbe fare una crociata per l'ambiente ma ordinare comunque un cheeseburger. Eppure, le prove a sostegno di questa teoria sono ora sotto intensa analisi.
Le radici della teoria risalgono agli anni '50, quando lo psicologo Leon Festinger si mise a capire perché le persone si aggrappano alle credenze di fronte alla contraddizione. La sua ispirazione proveniva da eventi del mondo reale: dopo un devastante terremoto in India, coloro che erano stati risparmiati dal disastro erano ossessionati dalle voci di un'altra catastrofe ancora più grande. Festinger concluse che le persone cercano di risolvere la tensione, questa "dissonanza", tra le loro emozioni e la realtà inventando giustificazioni per i propri sentimenti e le proprie scelte.
Lo studio sul campo più famoso di Festinger ha seguito un piccolo gruppo di apocalittici in attesa di essere salvati dagli alieni. Quando l'apocalisse profetizzata si è rivelata un fiasco, il gruppo non ha abbandonato le proprie convinzioni, ma ha raddoppiato gli sforzi, reclutando altri per la propria causa. Questa risposta, sosteneva Festinger, era dissonanza cognitiva in azione: di fronte al fallimento della loro profezia, i credenti hanno lavorato più duramente per convincere se stessi e gli altri che avevano sempre avuto ragione.
Quel caso di studio divenne leggendario, citato nei libri di testo e invocato nella cultura pop. Ma un archivio recentemente aperto degli appunti di Festinger ha rivelato una scomoda verità: gli stessi ricercatori, infiltrati all'interno della setta, potrebbero aver svolto un ruolo preponderante nel plasmare il comportamento del gruppo. Con infiltrati pagati che a volte costituivano la metà del gruppo, uno che riceveva persino messaggi psichici e un altro che incoraggiava attivamente i membri a mantenere la rotta, i cosiddetti osservatori neutrali erano tutt'altro che passivi. I confini tra ricerca e manipolazione si sono offuscati, mettendo in dubbio se le reazioni della setta fossero spontanee o sottilmente orchestrate.
I successivi tentativi di replicare i risultati di Festinger in altre sette e in contesti di laboratorio hanno prodotto risultati contrastanti e talvolta contraddittori. Alcuni gruppi, di fronte a profezie fallite, hanno semplicemente dissolto o abbandonato le loro convinzioni, piuttosto che raddoppiare la posta. Anche gli esperimenti attentamente controllati non sono riusciti a dimostrare in modo coerente gli effetti previsti della dissonanza cognitiva. Studi su larga scala negli ultimi anni non hanno trovato alcuna chiara differenza nel modo in cui le persone hanno cambiato idea dopo essere state invitate a discutere contro le proprie convinzioni, sfidando l'universalità della teoria.
I difensori della dissonanza cognitiva sostengono che essa cattura qualcosa di innegabilmente reale nella natura umana: quando credenze e azioni si scontrano, ne consegue un disagio e spesso le persone cercano sollievo. Eppure queste nuove rivelazioni e repliche fallite suggeriscono che le reazioni umane sono molto più varie e imprevedibili di quanto la teoria consenta. A volte le persone si impuntano; a volte se ne vanno; a volte semplicemente scrollano le spalle e vanno avanti.
Il fascino della dissonanza cognitiva risiede nella sua semplicità: una spiegazione ordinata per comportamenti complessi e spesso irrazionali. Ma man mano che si apprende di più sulle origini della teoria e sulla diversità delle risposte umane, il suo potere esplicativo sembra meno certo, i suoi confini più diffusi. La domanda ora non è se esista la dissonanza cognitiva, ma se possa davvero prevedere come si comporteranno le persone quando le loro visioni del mondo saranno scosse. Alla fine, forse il vero punto non è la nostra coerenza, ma quanto possiamo essere inventivi, incoerenti e razionalizzanti noi umani.
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