La ricerca della giustizia contributiva
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Il deficit di dignità: perché il riconoscimento conta tanto quanto la ricchezza.
Nel mondo moderno, la sete di riconoscimento sociale pulsa sotto la superficie dei nostri dibattiti politici ed economici. Mentre i titoli dei giornali si concentrano spesso sui divari di ricchezza e sui dibattiti sulla tassazione dei ricchi, ciò che alimenta silenziosamente gran parte dei disordini odierni è una crisi di dignità, la sensazione che vaste fasce della società non ricevano l'onore, la stima e il rispetto che desiderano. Non si tratta solo di dollari e centesimi; si tratta di chi riesce a sentirsi apprezzato, di chi viene notato e di chi è ritenuto degno dallo sguardo collettivo della società.
I filosofi, da Hegel a pensatori contemporanei come Michael Sandel, sostengono da tempo che gli esseri umani sono profondamente guidati dal desiderio di essere riconosciuti e rispettati dagli altri. Questa lotta per il riconoscimento è visibile ovunque: nell'ascesa dei movimenti populisti tra coloro che si sentono lasciati indietro e nella crescente richiesta di riconoscimento da parte dei gruppi emarginati che rivendicano la propria identità. Non si tratta solo di chi possiede cosa, ma di chi conta.
Sandel introduce un concetto potente: la giustizia contributiva. Si tratta di qualcosa di più di un'equa distribuzione della ricchezza; si tratta di garantire che le persone considerino il proprio lavoro e la propria vita come contributi significativi al bene comune e ricevano il rispetto che ne dovrebbe derivare. La pandemia ha brevemente puntato i riflettori sugli addetti alle consegne, ai supermercati e all’assistenza, ovvero coloro che hanno fatto andare avanti il mondo mentre altri lavoravano da Zoom. Per un breve momento, sono stati ringraziati con striscioni e applausi. Ma con il superamento della crisi, anche il riconoscimento è svanito e si è tornati alla normalità.
Perché è così difficile far coincidere il rispetto e la ricompensa con il contributo effettivo? Secondo Sandel, il mercato stabilisce una sorta di sistema di valori "predefinito", equiparando il reddito al valore. Ma il valore sociale di un gestore di fondi speculativi supera davvero quello di un insegnante o di un infermiere, semplicemente per via del suo stipendio? Sandel fa l'esempio di Walter White di Breaking Bad, che guadagna molto di più come spacciatore di metanfetamina che come insegnante, eppure nessuno direbbe che la prima attività sia un bene sociale maggiore.
La società, tuttavia, fatica a giudicare e adeguare collettivamente questi valori. Il pericolo di lasciare che siano solo le élite intellettuali a decidere cosa sia considerato di valore è reale. Chi decide se l'opera merita più sostegno dell'heavy metal o se gli imprenditori del settore tecnologico meritano più stima degli operatori assistenziali? La sfida consiste nel promuovere una discussione autentica e democratica su quali siano i contributi più importanti, senza lasciare questi giudizi solo ai mercati o alle élite.
In definitiva, la discussione evidenzia i limiti dei mercati come arbitri del valore. Quando tutto è in vendita, quando i mercati invadono ogni aspetto della vita, dalla sanità e dall'istruzione alle relazioni personali, l'erosione dei valori non di mercato diventa una minaccia. Il compito non è abolire i mercati, ma reinventarne i confini, chiedersi cosa il denaro non dovrebbe mai poter comprare e creare una società in cui il riconoscimento non sia razionato in base al reddito.
La vera sfida è quella di creare un mondo in cui il contributo di ciascuno sia riconosciuto e valorizzato, in cui la dignità non sia un privilegio dei ricchi o dei più in vista, ma un diritto di tutti fin dalla nascita.
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