La Silicon Valley si sta spostando sempre più a destra
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La svolta a destra della Silicon Valley: come il motore culturale della tecnologia sta alimentando una nuova era politica.
Se oggi si entra in un happy hour per scrittori di tecnologia a San Francisco, è probabile trovare un poeta delle criptovalute quanto un monarchico di estrema destra. Lo spettro ideologico della Silicon Valley sta cambiando radicalmente e il cuore un tempo progressista del settore tecnologico americano ora batte con un inequivocabile impulso verso destra.
È emersa una nuova generazione di pubblicazioni e comunità tecnologiche, ognuna delle quali riflette e amplifica questa trasformazione culturale. Un tempo, riviste come Logic davano voce ai lavoratori del settore tecnologico che contestavano il razzismo, lo sfruttamento e il potere incontrollato delle Big Tech. Ora, pubblicazioni come Kernel, Asterisk, Palladium e Arena stanno dando il la, ciascuna a modo suo, ma tutte ruotano attorno a un sole comune: una fede incrollabile nella tecnologia come motore del progresso e una crescente volontà di allineare tale fede a una politica reazionaria, nazionalista e persino autoritaria.
All’estremità più moderata, i collaboratori della rivista Kernel sono giovani tecnologi creativi che lottano contro i fallimenti della tecnologia, ma rimangono profondamente ottimisti sulle sue potenzialità. Cercano di mantenere un equilibrio tra la critica progressista e l’entusiasmo per il settore, riflettendo il desiderio dei tecnici di credere nel bene che la tecnologia può realizzare, anche se il sistema è imperfetto.
Asterisk, radicata nel movimento dell’altruismo efficace, è ora ossessionata dalle minacce esistenziali dell’intelligenza artificiale ed è finanziata da importanti filantropi del settore tecnologico. In questo caso, il discorso è un mix di filosofia razionalista, catastrofismo nei confronti dell’intelligenza artificiale e, a volte, un distacco sordo dalle realtà sociali create dalle tecnologie.
Ma è nell'orbita di pubblicazioni come Palladium e Arena che la deriva a destra della Silicon Valley è più pronunciata. Palladium, con la sua lucida idolatria degli antichi imperi e la sua adesione alla monarchia, all'eugenetica e a un nuovo sistema di caste, è sfacciatamente elitaria e cerca di attirare l'attenzione e i soldi dei venture capitalist e dei miliardari della tecnologia. Arena, invece, è un chiaro appello al militarismo e alla supremazia tecnologica americani, con eleganti pagine che glorificano i droni militari e invocano un rinnovato “arsenale della democrazia”, e sta guadagnando terreno tra la prossima generazione di “costruttori” tecnologici.
Queste riviste non sono solo progetti di vanità. Promuovono comunità del mondo reale, mettendo in contatto tecnologi, investitori e pensatori influenti che si considerano architetti del futuro. Agli eventi sponsorizzati da una rivista partecipano spesso redattori e collaboratori delle altre, rivelando un panorama affiatato in cui le linee ideologiche si confondono e si sovrappongono. Si tratta di un crogiolo in cui il tecno-ottimismo, il culto del mercato e il nazionalismo si alimentano a vicenda, rafforzando una visione del mondo che ridefinisce il “progresso” come qualsiasi cosa faccia progredire la tecnologia capitalista, indipendentemente dal costo sociale.
La vecchia guardia dell’attivismo dei lavoratori del settore tecnologico è svanita, sostituita da un nuovo consenso che abbraccia i contratti della difesa, le corse agli armamenti basati sull’intelligenza artificiale e la proiezione del potere americano. A Stanford e non solo, il flusso ora passa dai club imprenditoriali e dai salotti razionalisti alla tecnologia militare e ai media nazionalisti. L'energia radicale che un tempo alimentava le iniziative sindacali e gli scioperi si è dispersa, incanalata nei circoli delle élite dove il mantra non è sfidare il potere, ma esercitarlo in modo più efficiente.
In questo nuovo panorama, i confini tra l'ottimismo liberale e la reazione di estrema destra si confondono. I dibattiti non riguardano tanto la questione se la tecnologia debba governare le nostre vite, quanto piuttosto chi possa guidare il treno e a quale velocità possa viaggiare. La domanda che ora tormenta i salotti intellettuali della Bay Area non è più come riformare la tecnologia per il bene pubblico, ma dove, se del caso, tracciare una nuova linea.
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