La storia sta tornando indietro

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Immagina di vedere una foto di Teheran negli anni ’70: minigonne, piscine, atmosfera parigina o losangelina. Poi, nel giro di pochi anni, la rivoluzione e il ritorno a un mondo che sembra uscito da un secolo prima. Sembra assurdo, ma non è solo una storia iraniana. In realtà, sempre più persone in tutto il mondo stanno scegliendo, o almeno desiderando, di tornare indietro nel tempo invece di andare avanti. La tesi che fa saltare la banca è questa: ci hanno sempre detto che la storia va solo avanti, verso più libertà, più scienza, più diritti. Ma oggi la vera forza che muove il mondo è la nostalgia, il desiderio di radici, di comunità, di un ordine che sembri antico. La storia, in certi momenti, corre davvero all’indietro. Non è solo una sensazione: dai tradizionalisti religiosi alle nuove destre, dalle “tradwives” di Instagram ai leader autoritari che rispolverano idee del passato, stiamo assistendo a una marcia organizzata verso epoche che pensavamo superate. Il protagonista di questa inversione di marcia non è solo chi grida “Make America Great Again”, ma anche intellettuali come Oswald Spengler, che già nel 1918 scriveva “Il declino dell’Occidente” sostenendo che ogni cultura, come un organismo, nasce, cresce, invecchia e muore, passando da una fase creativa ed espansiva a una di burocrazia, accentramento e, infine, decadenza. Spengler definiva la nostra civiltà “faustiana”: sempre insoddisfatta, sempre alla ricerca di altro, fino a svuotarsi. Poi c’è René Guénon, il mistico francese che vedeva la modernità come “l’era della quantità”, dove contano solo i numeri e si perde la dimensione spirituale. Guénon lasciò la Francia, si convertì al sufismo e morì al Cairo, convinto che la vera realtà fosse invisibile agli occhi degli scienziati che, come diceva lui, sono come chi studia un’orchestra senza sentire la musica. Questi pensatori hanno ispirato figure controverse come Julius Evola, ammirato da Mussolini ma considerato troppo radicale persino per il fascismo: sosteneva che solo una “razza di padroni” spirituali potesse guidare la società. Oggi, chiunque racconti la storia del declino cita qualcuno di loro. Ma questa nostalgia non è solo roba da filosofi. R. R. Reno, direttore della rivista cattolica First Things, spiega che dopo la Seconda Guerra Mondiale l’Occidente ha scelto “verità deboli e amori deboli” per evitare nuovi fanatismi, ma così facendo ha perso il senso di comunità: troppa apertura, dice, ha portato alla dissoluzione dei legami sociali. Paul Kingsnorth, ex ambientalista radicale diventato cristiano ortodosso, parla della “Macchina”: tutto ciò che nella modernità ci rende sradicati, monitorati, ridotti a consumatori che riempiono il vuoto spirituale con oggetti e stimoli. Per i tradizionalisti, la soluzione passa da quattro cose: radici, incanto, ordine morale e protezione contro l’invasione culturale dei progressisti. Le radici sono famiglia, luogo, tradizioni. L'incanto è la dimensione spirituale che manca in una società dominata dalla razionalità. L’ordine morale è l’idea che il bene e il male non siano opinioni personali, ma leggi naturali scritte da Dio. La protezione è la resistenza contro chi vuole imporre una cultura uniformante dall’alto, tramite scuole, media, esperti. Ma attenzione: la difesa della tradizione non è solo un fenomeno di destra. Anche certi ambientalisti di sinistra condividono il rifiuto della tecnocrazia e il desiderio di comunità autentiche. E la maggior parte del mondo non la pensa come l’Occidente individualista: secondo il World Values Survey, la stragrande maggioranza delle culture mette al centro la famiglia, la religione, l’autorità. La domanda scomoda è: i tradizionalisti hanno torto su tutto? L'autore confessa di provare una certa simpatia per chi cerca una “base sicura” fatta di legami, comunità e significato condiviso. Il problema è che la nostalgia distorce la storia: non c’è mai stato un tempo in cui tutti volevano solo restare fermi nel proprio villaggio. L'umanità ha sempre vissuto tra due spinte: la voglia di sicurezza e quella di esplorare, cambiare, rischiare. Dall'Homo erectus che lasciava l'Africa, ai polinesiani che attraversavano l'oceano senza bussole: nessuna epoca è stata davvero statica. La vera contraddizione che nessuna tradizione risolve è proprio questa: le società umane sono sempre state divise tra appartenenza e autonomia, radicamento e innovazione. I tradizionalisti raccontano di una grande frattura che avrebbe distrutto un’età dell’oro, ma quella frattura non è mai esistita. Eppure, hanno ragione su una cosa fondamentale: la modernità ha perso la capacità di trasmettere i suoi stessi saperi morali. Nella corsa all’autonomia, abbiamo tagliato fuori la Bibbia, le grandi opere, la filosofia, le arti: la cultura umanistica che dava senso e coerenza. Il risultato, dice l'autore, è una società ricca e tecnologica ma sempre più fragile, confusa, incapace di pensare criticamente o di capire cosa conta davvero. Non serve tornare a vivere nei monasteri o rispolverare la cultura degli anni ’50, ma serve una rinascita umanistica che rimetta al centro le domande essenziali: perché esisto, cosa devo agli altri, come si costruisce una vita buona. Christopher Lasch diceva che la tradizione populista «fa le domande giuste, ma non dà risposte preconfezionate». I tradizionalisti, con tutti i loro limiti, ci ricordano che senza un dialogo continuo con il nostro passato, la promessa di progresso rimane vuota. La storia non corre solo avanti o solo indietro: avanza a zig-zag, tra nostalgia e innovazione, e la vera sfida è non perdere il filo del senso mentre ci muoviamo. Se questa inversione di marcia della storia ti ha fatto vedere il presente con occhi diversi, su Lara Notes puoi scegliere I'm In: non è un like, è il modo per dire che questa intuizione ora ti appartiene. E se domani ti trovi a parlare con qualcuno di come la nostalgia stia plasmando la politica e la cultura, puoi taggare la conversazione con Shared Offline: su Lara Notes rimane traccia di quelle chiacchierate che ti cambiano. Questo era The Atlantic: hai appena risparmiato più di venti minuti di lettura.
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