"L'autoestinzione è più probabile": la storia e il futuro del collasso sociale
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La maledizione di Golia: perché la disuguaglianza condanna la civiltà e come potremmo ancora ribaltare la situazione.
Immaginate il trascorrere di 5.000 anni di società umane non come una marcia di progresso, ma come un ciclo di ascesa e collasso, guidato non dai difetti della gente comune, ma dalle ambizioni di élite assetate di potere. Basandosi su un'indagine epica di oltre 400 società decadute, questa analisi rivela un modello sorprendente: siamo fondamentalmente egualitari per natura, ma ancora e ancora, le civiltà - ciò che l'autore chiama provocatoriamente "Golia" - emergono quando piccoli gruppi monopolizzano le risorse, il potere e la violenza.
Questi Golia, che siano antichi imperi o il sistema globale di oggi, sono costruiti su eccedenze alimentari che possono essere tassate e accaparrate, armi nelle mani di pochi e popolazioni intrappolate in terre dove è impossibile sfuggire al dominio. Nel corso dei secoli, questi schemi si ripetono: man mano che le disuguaglianze si approfondiscono, le élite accumulano sempre di più, le società diventano fragili, svuotate dall'interno fino a quando uno shock - una guerra, una pestilenza o un cambiamento ambientale - le fa crollare.
Ma ecco il colpo di scena. Per la gente comune, il crollo ha spesso significato liberazione: una pausa dalle tasse schiaccianti, un ritorno a modi di vivere più sani e più liberi. Eppure, il mondo di oggi presenta uno scenario nuovo e molto più cupo. Il nostro sistema globale interconnesso, totalmente dipendente da infrastrutture fragili e dominato da una manciata di potenti attori, affronta minacce su una scala mai vista prima: il collasso climatico, gli arsenali nucleari, l'intelligenza artificiale che impazzisce, le pandemie ingegnerizzate. In un sistema in cui tutti sono legati tra loro e così tanti si affidano a tecnologie complesse, il collasso sarebbe catastrofico per tutti.
Al centro di questo pericolo ci sono quelli che l'analisi chiama "agenti del destino": piccole, segrete, spietatamente competitive cricche, spesso guidate da individui che esemplificano i tratti più oscuri del narcisismo, della psicopatia e dell'astuzia machiavellica. Sono loro i promotori della corsa agli armamenti, della distruzione ambientale e del rischio tecnologico sfrenato. Il problema non è la natura umana, ma il dominio incontrollato di pochi su molti.
Eppure, la storia non è tutta sventura. C'è una via d'uscita: democratizzare radicalmente le nostre società, spezzare le concentrazioni di ricchezza e potere e sfruttare la nostra innata capacità di cooperazione ed equità. Immagina società governate da assemblee di cittadini, dove la ricchezza è limitata e il processo decisionale è trasparente e collettivo. Sembra utopistico, ma la storia dimostra che le società più democratiche sono più resilienti.
La vera sfida è psicologica e culturale. Per millenni siamo stati condizionati ad accettare il dominio come inevitabile, a credere che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del dominio dell'élite. Ma la nostra vera natura, insiste l'analisi, è cooperativa, sociale e anti-dominio. Anche se le probabilità sono basse, la chiamata è a resistere: a rifiutare di partecipare a sistemi di dominio, a condividere il potere, a chiedere onestà e responsabilità.
Che l'ottimismo sia giustificato o meno, il caso è fatto per la sfida: difendere la democrazia, l'equità e il pianeta, non perché la vittoria sia assicurata, ma perché è la cosa giusta da fare. All'ombra di Golia, ciò che conta è non diventare parte del problema.
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