L'IA non può risolvere il problema della motivazione degli studenti
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Nel 2023, Sal Khan — il fondatore di Khan Academy — aveva promesso che l'intelligenza artificiale avrebbe portato la più grande rivoluzione positiva nella storia dell'istruzione. Un tutor personale per ogni studente del pianeta, 24 ore su 24, in qualsiasi materia. Ma solo un anno dopo, lo stesso Khan ha ammesso che il lancio di Khanmigo, il chatbot educativo della sua azienda, è stato “un non-evento” per la maggior parte dei ragazzi. Nonostante l'accesso sia passato da 40.000 studenti a quasi un milione in pochi mesi, la verità è che quasi nessuno lo usa davvero. Ed è qui che si nasconde il rovescio della medaglia: l'AI può offrire esercizi su misura, spiegazioni personalizzate, animazioni brillanti — ma non può dare la voglia di imparare. Nessun algoritmo, per quanto sofisticato, riesce a spingere uno studente a fare fatica se non ne vede il senso. Kristen DiCerbo, responsabile dell'apprendimento alla Khan Academy, lo dice senza giri di parole: “Imparare è fatica mentale, e spesso non è divertente. Come facciamo a far venire voglia ai ragazzi di affrontarla?” L'intelligenza artificiale non può colmare questo vuoto di motivazione. Il problema non è l'accesso, è il desiderio. Un dato chiave: solo un terzo degli studenti americani è davvero coinvolto nella scuola, e questa quota è rimasta stabile da anni — nonostante tutti i nuovi strumenti digitali. E anche tra questi pochi motivati, solo il 5% sfrutta davvero le piattaforme come Khanmigo abbastanza da vederne i benefici. È la “regola del cinque per cento”, come la chiama Laurence Holt: la maggior parte usa poco o niente, e chi era già avanti va ancora più veloce. Il rischio? Che la tecnologia allarghi il divario invece di colmarlo. Sal Khan stesso, dopo anni di entusiasmo per l'AI, oggi ammette che la vera leva è investire sulle persone. Perché l'educazione, in fondo, resta un fatto sociale. Ron Ferguson di Harvard ha studiato migliaia di classi: i docenti che motivano davvero sono quelli che sanno creare collaborazione e confronto tra studenti. I ragazzi imparano di più quando discutono, si sfidano e vedono che anche i compagni fanno fatica. Stessa logica delle palestre: chi odia l'esercizio fisico si allena di più se è in gruppo che da solo. Ma c'è un paradosso: mentre i migliori insegnanti sanno usare la dinamica del gruppo per motivare, sono pochi e difficili da formare. E le scuole pubbliche spesso scelgono i docenti solo in base a titoli e conoscenze teoriche, non in base a quanto sappiano davvero accendere la curiosità o tenere la classe. Ferguson ha scoperto che i docenti che spingono gli studenti a lavorare sodo e puntare in alto hanno due caratteristiche: sono coinvolgenti — riescono a rendere viva anche la materia più ostica — e fanno sentire a ogni ragazzo che il suo successo conta davvero. Non sono doti innate: si imparano con l'esperienza, il feedback e osservando i colleghi migliori. Roland Fryer di Harvard lo conferma: il coaching e le osservazioni dei pari fanno crescere i docenti più di qualsiasi corso teorico. E Mary Burns, ex insegnante e oggi ricercatrice, ricorda che durante la pandemia abbiamo visto cosa succede quando si sottovaluta il valore del gruppo: la perdita di apprendimento è stata anche una ferita psicologica. Molti ragazzi, semplicemente isolati, hanno smesso di provarci. L'aspetto che rimane fuori dal dibattito tech è che i ragazzi, in fondo, non imparano per l'AI, ma per le persone: per impressionare un insegnante, per collaborare o competere con gli amici. Justin Reich del MIT lo dice chiaramente: “A loro interessa la gente, non la macchina”. E non basta rendere i bot più intelligenti o scalabili, finché nessuno non avrà trovato il modo di farli diventare fonte di motivazione. Se pensi che basterà un algoritmo per cambiare la scuola, sei sulla strada sbagliata. L'AI non può risolvere il problema della motivazione, perché la motivazione nasce dalle relazioni umane. Se questa storia ti ha fatto vedere la scuola in modo diverso, su Lara Notes puoi segnalarlo con I'm In — ti permette di dire che questa idea adesso ti riguarda davvero. E se ti capita di discuterne con qualcuno, puoi taggarlo con Shared Offline: è il modo per fermare una conversazione che ti ha colpito, così non si perde. Questo racconto viene da The Atlantic e ti fa risparmiare 1 minuto rispetto all'articolo originale.
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