Mia figlia vuole una carriera che sopravviva all'IA, quindi ho stilato una classifica
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Una domanda che gira spesso ultimamente è questa: quali lavori ci saranno ancora tra dieci anni, quando l’intelligenza artificiale avrà cambiato tutto? Eppure, la risposta che fa più paura è che i ruoli “sicuri” non sono quelli che pensiamo. Un ex dirigente Microsoft, Babith Bhoopalan, si è trovato di fronte a questa domanda non per un report aziendale, ma perché sua figlia, ancora ragazzina, gli ha chiesto: “Papà, come faccio a scegliere un lavoro che non verrà spazzato via dall’IA?” La reazione istintiva di molti genitori sarebbe rassicurare. Bhoopalan, invece, ha fatto una cosa diversa: si è messo a studiare dati, rapporti di settore e previsioni e ha preparato una vera e propria classifica delle professioni più e meno a rischio. L’errore più comune? Pensare che basti scegliere una carriera “tecnica” per essere al sicuro. Bhoopalan spiega che proprio i ruoli più codificabili – come contabili, avvocati junior, persino programmatori – sono destinati a essere i primi a essere sostituiti. Il paradosso è che chi oggi consiglia a un figlio di imparare a programmare, rischia di guidarlo dritto in una strada affollata di automazione, non in una zona franca. Bhoopalan, che ha passato anni a osservare l'industria tech dall'interno, racconta che la domanda di sua figlia lo ha colpito più di mille rapporti. Invece di darle una risposta vaga, ha deciso di tracciare una vera mappa: quali lavori resistono all’IA? Nella sua lista, le professioni che emergono hanno una caratteristica in comune: sono profondamente «umane». Insegnanti capaci di ispirare, infermieri che leggono tra le righe delle emozioni, creativi che sanno sorprendere. Bhoopalan cita un dato che fa riflettere: secondo l’analisi di McKinsey, tra il 40 e il 50% delle attività lavorative attuali può già essere automatizzato con la tecnologia odierna. Eppure, ci sono mestieri in cui la componente insostituibile è la relazione, l’empatia, la capacità di muoversi tra ambiguità e conflitti. Una scena personale che Bhoopalan condivide: il momento in cui sua figlia, davanti alla sua lista, gli chiede se fare il medico sia davvero “a prova di IA”. Bhoopalan risponde che la diagnosi tecnica può essere automatizzata, ma l'aspetto umano (la paura di un paziente, la decisione difficile da spiegare a una famiglia) rimane al di fuori della portata degli algoritmi. Un aspetto che molti trascurano è il rischio dell’immobilismo: Bhoopalan insiste sul fatto che “aspettare e vedere” non è un’opzione. Chi si limita a seguire le tendenze senza capire cosa rende unico il contributo umano, si ritroverà in balia del cambiamento. C'è un'idea che spesso manca nelle discussioni sull’IA e sul lavoro: la vera skill anti-automazione non è tecnica, ma emotiva. La capacità di creare fiducia, di condurre conversazioni difficili, di innovare in modi che sfuggono alle regole. Se oggi chiedi a un gruppo di ragazzi cosa vogliono fare “per essere al sicuro dall’IA”, quasi tutti risponderanno con lavori STEM. Bhoopalan ribalta la prospettiva: «Cercate non solo ciò che sapete fare, ma, soprattutto, ciò che nessuna macchina può sentire». L'errore non è prepararsi alla tecnologia, ma pensare che basti. Se ti rimane un solo pensiero dalla storia di Bhoopalan, potrebbe essere questo: per sopravvivere all’IA, non devi solo imparare a programmare, ma imparare a essere insostituibilmente umano. Se questa idea ha cambiato il tuo modo di vedere il futuro del lavoro, su Lara Notes puoi segnalarlo con I'm In: scegli se si tratta di un interesse, di un'esperienza o di una convinzione che senti tua. E se domani ti ritrovi a discutere con qualcuno di quali lavori resisteranno all'AI, su Lara Notes puoi taggare quell'amico con Shared Offline: è il modo per dire che la conversazione contava davvero. Questo spunto viene da The Times e ti ha fatto risparmiare almeno cinque minuti rispetto alla lettura dell'articolo originale.
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