Perché ora il conflitto sembra costante
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Immagina di vivere in Canada, il paese che per decenni è stato sinonimo di tranquillità e stabilità, e di trovarlo improvvisamente al centro di scenari di guerra, invasioni simulate e minacce di annessione. Non è la trama di un romanzo distopico: è quello che giornalisti e analisti canadesi stanno leggendo ogni giorno sui giornali. E la cosa più strana è che non succede solo in Canada: oggi le “zone grigie” — un tempo riservate a confini turbolenti e terre di nessuno — stanno diventando la regola per tutto il mondo. L'idea tradizionale di guerra, con i suoi confini netti tra pace e conflitto, è svanita. Oggi, ovunque guardi, trovi un misto di disinformazione, pressione economica, sabotaggi, attacchi informatici e propaganda: tutto ciò che gli esperti chiamano “tattiche da zona grigia”. La tesi, che può sembrare scomoda, è questa: il senso di conflitto permanente che proviamo non è un'anomalia — è il nuovo standard. Non viviamo più in un'epoca di pace interrotta da crisi, ma in una crisi continua dove le regole del gioco sono cambiate. E la cosa più destabilizzante è che i vecchi confini — tra stati, alleati, nemici, civili e militari — si sono dissolti. John Last, giornalista canadese, racconta la sua sorpresa nel vedere il Canada descritto come un bersaglio facile per potenziali invasioni, con persino guide pratiche che spiegano come cancellarlo dalla mappa. Fino a pochi anni fa, dice, questi scenari sarebbero stati considerati deliri di qualche estremista. Oggi, invece, fanno parte del discorso pubblico, alimentati dal fatto che gli Stati Uniti stessi — storicamente il garante della sicurezza occidentale — hanno iniziato a vedere anche gli alleati come possibili avversari, almeno secondo la dottrina di sicurezza nazionale emersa negli ultimi anni. Michael Williams, esperto dell'estrema destra internazionale, spiega che nel nuovo paradigma “l'Occidente viene dipinto come una civiltà minacciata dal liberalismo, e tutto ciò che serve ad attaccarlo, anche dall'interno, è giustificato”. Le “piccole guerre civili ovunque” non sono solo una metafora: sono la realtà di società che si sentono continuamente minacciate, sia da nemici esterni sia da “traditori” interni. Ma da dove arriva questa ossessione per la zona grigia? La storia ci offre una chiave: per secoli, la frontiera — quella terra di nessuno tra imperi e stati — è stata sia un laboratorio di libertà che un luogo di violenza e divisione. Il sociologo Frederick Jackson Turner sosteneva che la frontiera aveva forgiato lo spirito americano, mescolando individualismo e propensione alla violenza. Ma la realtà, dice il ricercatore Luke Kemp, è che le frontiere sono sempre state luoghi di asimmetria, dove la forza dello stato si esercita su chi sta “fuori” e dove si creano nuove solidarietà che spesso degenerano in divisioni etniche o religiose. Daniel Hoyer, storico computazionale, osserva che ogni società, dall'antica Roma ai giorni nostri, ha sempre avuto “barbari alle porte” — solo che il volto del nemico cambia, ma la narrativa rimane identica. E quando queste narrazioni diventano personali e minacciose, servono soprattutto a rafforzare la coesione interna, ma al prezzo di una crescente chiusura e perdita di diversità. La zona grigia, però, non è solo conflitto: è anche spazio di scambio, di diversità e di possibilità di fuga dal controllo dello stato. L'antropologo James C. Scott racconta come molte popolazioni delle montagne del Sud-Est asiatico siano nate proprio così: comunità di fuggitivi che scappavano da tasse, guerre e imposizioni, scegliendo la vita ai margini piuttosto che la sottomissione. Per questo, la storia degli stati moderni è anche la storia della loro lotta per eliminare le frontiere, chiudere le zone grigie e imporre confini netti. Ma con l'avvento della globalizzazione, della digitalizzazione e della privatizzazione della forza — pensa ai contractor militari come Wagner Group, alle piattaforme di sorveglianza come Palantir, o alle infrastrutture digitali di Google, Amazon e Starlink — il potere statale si è indebolito. Oggi il controllo degli strumenti della violenza e dell'informazione è spesso nelle mani di privati, non più legati alla logica dello stato-nazione. Il risultato? Stati sempre più incapaci di garantire ordine e coerenza, e una crescita esponenziale dei conflitti “grigi”: sabotaggi, propaganda digitale, attacchi mirati all'identità, spesso orchestrati da soggetti che sfuggono a ogni controllo democratico. E quando l'intelligenza artificiale entra in scena, la responsabilità degli attori diventa ancora più opaca: basti pensare al caso della scuola iraniana colpita da missili guidati da un'IA privata, con le autorità che si rifiutano di assumersi la colpa. Ma c'è un aspetto che spesso sfugge: la zona grigia non è solo il segno di un impero che espande il suo controllo, ma può essere il segnale di un sistema che si sta sgretolando. Kemp suggerisce che stiamo vivendo più le convulsioni di un ordine morente che non la crescita di uno nuovo. Se questa logica “noi contro loro” continua ad amplificarsi, avverte Hoyer, le zone grigie rischiano di diventare zone calde, cioè conflitti veri e propri, anche su scala globale. In mezzo a questo caos, i paesi “di frontiera” come il Canada devono decidere se considerare la loro posizione un punto di forza o una vulnerabilità. Alcuni, come l'ex ministro Carney, hanno scelto di abbracciare l'ambiguità: meglio restare una frontiera, con tutti i rischi che comporta, che diventare una periferia controllata da qualcun altro. In pratica, l'unica vera risorsa rimasta è la possibilità di scelta, la capacità di muoversi tra potenze rivali, accettando la complessità invece di chiudersi dietro nuove frontiere mentali o fisiche. Ecco il punto che ribalta la prospettiva: quello che chiamiamo conflitto diffuso non è più una parentesi da chiudere — è il nostro paesaggio quotidiano. E la vera libertà, oggi, è avere ancora qualche via d'uscita. La frase da portare con sé è questa: nella nuova era delle zone grigie, la vera forza sta nella capacità di muoversi tra i conflitti, non nell'illusione di poterli cancellare. Se ti sei riconosciuto in questa inquietudine, su Lara Notes puoi usare I'm In: non è un like, è il gesto di chi dice che questa visione adesso ti appartiene. E se ti capita di discuterne con qualcuno — magari perché anche lui si sente assediato dal conflitto ovunque — su Lara Notes puoi segnare quella conversazione con Shared Offline: un modo per dire che parlare di queste zone grigie, fuori dalla rete, ha davvero contato. Questa Nota nasce da un articolo di NOEMA e ti fa risparmiare 9 minuti di lettura.
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