Peter Thiel, il miliardario libertario che fa la guerra al governo
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L’uomo che vuole la tecnologia al potere.
Immagina una festa esclusiva a Malibu, luci brillanti e ospiti selezionati, riuniti non solo per celebrare il successo ma per ascoltare le idee di un personaggio fuori dagli schemi. Al centro della scena c’è un imprenditore famoso, riconoscibile per il suo stile sobrio ma determinato, che ha deciso da tempo da che parte stare: non con i politici, ma con gli innovatori.
Cresciuto tra la Germania e il Sudafrica dell’apartheid, questa figura ha sviluppato una visione del mondo in cui il potere deve appartenere a pochi capaci, non certo alla massa. Sin dai tempi dell’università, si è definito con una sola parola: intelligente, ma si sarebbe potuto spingere oltre, scegliendo “elitista”. Il suo pensiero si nutre di diffidenza verso il multiculturalismo e di un netto scetticismo nei confronti della democrazia così come la conosciamo.
In un ambiente dove spesso contano solo il profitto e l’innovazione, lui si distingue per le sue riflessioni: è considerato quasi un filosofo tra imprenditori. La sua fonte d’ispirazione è una scrittrice che ha immaginato un’America soffocata dalla burocrazia, un romanzo che per molti è diventato la bibbia del pensiero libertario. Per lui, la vera battaglia è tra la lentezza della politica e la velocità della tecnologia, e non ha dubbi su chi debba vincere.
Sul palco, mentre riceve un premio da un’organizzazione che idolatra il libero mercato e la supremazia dell’individuo, il suo messaggio è chiaro: bisogna scegliere se essere governati dalle regole imposte o dalle possibilità offerte dall’innovazione. E lui non ha mai avuto dubbi su quale sia la strada giusta. Nell’epoca in cui la tecnologia sembra potersi sostituire a tutto, anche alle istituzioni democratiche, la voce di chi vuole abbattere i confini della politica per affidarsi al potere degli innovatori diventa sempre più forte e, per alcuni, anche pericolosa.
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