Reportage esclusivo: Chernobyl, 40 anni dopo il disastro nucleare
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Quando pensi a Chernobyl, scommetto che immagini una terra morta, una zona fantasma dove nessuno potrà avvicinarsi per secoli. Ma oggi, quarant'anni dopo il disastro, c'è un fatto che spiazza: secondo Jim Smith, fisico dell'Università di Portsmouth, circa due terzi della zona di esclusione sarebbero tecnicamente abitabili già ora. E il dato più incredibile è che milioni di persone nel mondo ricevono ogni anno più radiazioni da una vacanza in montagna o da un volo in aereo che i pochi abitanti rimasti a Chernobyl. Siamo cresciuti con l’idea che quella zona sia un deserto radioattivo inabitabile, ma la verità è che la sua storia è molto più complessa. Pensare che Chernobyl sia solo sinonimo di morte e abbandono è sbagliato. In realtà, è diventata un laboratorio vivente, dove la natura si riprende spazi, la scienza trova risposte uniche e le persone che non se ne sono mai andate continuano a vivere con dignità. La vera svolta? La paura della radioattività spesso pesa più della radioattività stessa. Tra i protagonisti che ho incontrato c’è Kateryna Shavanova. Era una ricercatrice che studiava batteri in grado di consumare radiazioni, ora lavora per l’esercito ucraino proprio sui rischi nucleari, chimici e biologici. Sulla sua uniforme ha una toppa: «Non è ancora ora di bere iodio», un modo ironico per dire che la situazione è sotto controllo. C’è anche Denys Vyshnevskiy, biologo della Riserva della Biosfera di Chernobyl. Dopo l’occupazione russa del 2022, è tornato nel suo ufficio e l’ha trovato saccheggiato: avevano rubato scarpe, microonde, mappe – persino una copia dell’autobiografia di Keith Richards, ma la sua libreria scientifica era intatta. Poi ci sono i Markevich: Yevhen, insegnante in pensione di 88 anni, e sua moglie Galyna. Vivono ancora nella loro casa di legno a Černobyl' con 15 gatti e un cane. Sono rimasti, coltivano l'orto, non hanno sintomi evidenti da radiazioni e dicono che questa è casa loro, punto. Vyshnevskiy racconta che in 26 anni nella zona ha visto i lupi solo cinque o sei volte. Gli animali sono tornati, ma evitano l’uomo. Eppure, la nuova minaccia sono le mine disseminate sia dai russi sia dagli ucraini: un pompiere è saltato in aria spegnendo un incendio, tre cavalli selvatici sono morti allo stesso modo. Ma la storia più assurda riguarda la vodka di Chernobyl: i ricercatori hanno prodotto 2.000 bottiglie con cereali coltivati nella zona – il grano era troppo radioattivo per gli standard europei, ma grazie alla distillazione la vodka finale non conteneva tracce di cesio o stronzio. Il ricavato è andato all’Ucraina. Oggi Chernobyl è anche un campo di ricerca unico al mondo: qui si studia l’effetto delle radiazioni su animali, piante e ambienti, si testano strumenti per altri incidenti nucleari, si impara da errori e successi. Dopo Fukushima, diversi scienziati ucraini sono stati chiamati in Giappone proprio per la loro esperienza qui. Ma la guerra ha cambiato tutto: laboratori distrutti, mine ovunque, turismo azzerato e pochi scienziati rimasti, spesso costretti a lavorare in case improvvisate. Eppure, c'è una vitalità sorprendente: foreste che si riprendono, nuove specie di roditori nei terreni bonificati, laghi artificiali che tornano a essere fiumi. La zona di esclusione non è tornata indietro nel tempo, si è trasformata in qualcosa di nuovo: laboratorio, santuario naturale, zona di memoria. Il punto cieco di tutti, però, è la percezione della paura: la maggioranza pensa che la radioattività sia una condanna assoluta, senza via di ritorno. E invece la storia di Černobyl' dice che le conseguenze più gravi sono state psicologiche, sociali e politiche. La chiusura delle centrali ha spostato milioni di persone verso i combustibili fossili, accorciando la nostra aspettativa di vita globale di 318 milioni di anni cumulativi. E i dati sulla mortalità diretta parlano di 15.000 morti stimati in quarant’anni – terribile, ma molto meno di quanto la memoria collettiva suggerisca. Se c'è una lezione che Chernobyl ci lascia è che la paura, senza dati concreti, può essere più pericolosa della radiazione stessa. E che la natura trova sempre una strada, anche dove noi avremmo giurato il contrario. La frase da ricordare: la radioattività non è il vero problema di Chernobyl – è la paura che abbiamo costruito intorno a essa. Se questa prospettiva ti ha colpito, su Lara Notes puoi premere I'm In — scegli se ti riguarda per esperienza, interesse o perché cambia il tuo modo di pensare. E se domani racconterai la storia dei Markevich, dei lupi o della vodka di Chernobyl a qualcuno, su Lara Notes puoi taggare chi c’era con Shared Offline: è il modo per fissare una conversazione che conta. Questo era New Scientist: hai risparmiato più di venti minuti di lettura.
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