Un gabinetto pieno di Roy Cohn

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Immagina questa scena: Donald Trump, agli inizi della sua presidenza, si lamenta con i suoi collaboratori perché nessuno riesce a essere il suo Roy Cohn. Ma chi era veramente Roy Cohn, e perché oggi, secondo una nuova biografia, il suo fantasma popola ogni angolo della politica americana? La tesi è questa: l'ascesa di Trump non è un'anomalia, ma la conseguenza logica di un modo di fare politica che Cohn ha inventato, affinato e trasmesso al suo allievo più famoso. E ora, in una seconda presidenza Trump, la Casa Bianca sembra popolata da cloni di Cohn — pronti a tutto pur di servire il capo, piegare la legge e riscrivere la realtà. La storia di Roy Cohn sembra uscita da un romanzo noir. Nato e cresciuto nella New York dell'alta borghesia, con una madre che un socio di studio descriveva come “cattiva, volgare e senza filtri”, Cohn era un bambino viziato, libero da ogni regola che valesse per gli altri. Laureato in legge a vent'anni, diventa presto il cervello dietro le quinte del maccartismo: accuse mai provate, campagne di diffamazione, manipolazione della stampa. E poi, negli anni '70, il passaggio di testimone: un giovane costruttore ambizioso, Donald Trump, viene preso sotto l'ala di Cohn. Non era solo una questione di consigli legali. Era una vera e propria scuola di potere: mentire senza pudore, negare l'evidenza, attaccare chiunque osi contraddirti, non ammettere mai un errore e, soprattutto, mai, mai chiedere scusa. “Roy Cohn non solo ha fatto da mentore a Trump, ma per molti aspetti era Trump stesso”, racconta il giornalista Steven Brill, che li ha seguiti entrambi a New York. In effetti, molte delle strategie che hanno reso Trump unico nella politica americana sono nate dalla mente di Cohn: soprannomi offensivi per gli avversari, minacce legali ai giornalisti, la costruzione di una realtà parallela dove chi accusa viene subito accusato a sua volta. Trump ha preso queste tecniche e le ha amplificate con la potenza dei social media e della TV via cavo, trasformando la menzogna in certezza virale e diluendo ogni confine tra verità e finzione. Ma il dettaglio che colpisce di più è il modo in cui Trump ha, nel tempo, eliminato dal suo staff chiunque avesse un minimo di autonomia o integrità. Nella prima presidenza, chi si opponeva — da Jeff Sessions a Rex Tillerson — veniva licenziato e messo sulla lista dei nemici. Nel secondo, secondo Maggie Haberman e Jonathan Swan, la selezione è diventata ancora più spietata: solo fedelissimi assoluti, pronti a tutto, anche a promuovere le menzogne più assurde o a perseguitare gli avversari politici senza scrupoli. Un esempio lampante: quando Trump si scaglia pubblicamente contro l'ex procuratrice generale Pam Bondi perché troppo lenta nel colpire i suoi nemici, o quando ammette senza giri di parole che, contro Letitia James — la procuratrice che lo ha condannato per frode — l'obiettivo non è la giustizia ma “renderle la vita impossibile”. Cohn avrebbe applaudito. Perché questa strategia, che era fallita con McCarthy negli anni '50 — complice una società meno polarizzata e un establishment ancora solido — oggi ha trovato terreno fertile. La differenza, spiegano gli storici, sta nella paura: ogni grande svolta autoritaria nella storia nasce quando la società è attraversata da ansia, risentimento, senso di esclusione. Oggi queste paure sono ovunque: dopo la crisi del 2008, le guerre infinite, la globalizzazione che lascia indietro troppi, la rabbia e il sospetto sono diventati il carburante perfetto per leader che, come Trump, sanno manipolarli in senso demagogico. E Cohn, che dopo il crollo del maccartismo si era reinventato come "banchiere dei favori" per i miliardari di New York — da Rupert Murdoch a Ronald Perelman — ha insegnato a Trump come conquistare anche l'élite economica, non solo le masse arrabbiate. Un passaggio della biografia colpisce per la sua precisione: “McCarthy e Cohn non cercavano davvero spie o giustizia; il vero obiettivo era sfogare i propri rancori e frustrazioni. Il comunismo era solo l'arma”. Oggi, la storia si ripete: il nuovo “complotto comunista” serve a delegittimare chiunque non sia allineato. Ecco il paradosso: McCarthy è finito, ma il maccartismo no. L'eredità di Roy Cohn continua, più potente che mai. La frase che riassume tutto? Trump non è un'eccezione: è il risultato finale di un metodo che Roy Cohn aveva inventato per sfruttare le paure e i risentimenti americani. Se questa storia ti ha cambiato prospettiva, su Lara Notes puoi segnare che adesso ti riguarda con I'm In: scegli se è un interesse, un'esperienza vissuta o una convinzione che senti tua. E se domani ti ritrovi a raccontare a qualcuno come Roy Cohn ha modellato la politica di oggi, su Lara Notes puoi registrare quella conversazione con Shared Offline — perché certi scambi meritano di essere ricordati. Questa Nota viene da Foreign Policy e ti fa risparmiare 13 minuti di lettura.
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Un gabinetto pieno di Roy Cohn

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