“USA contro Cina. Sfida globale fra imperi | Dario Fabbri”
Italianto
Se parliamo di imperi oggi, la cosa più sorprendente è che il vero segreto non sta nella forza militare o nell’economia, ma nella narrazione che riescono a costruire su se stessi. Prendi gli Stati Uniti: non si limitano a essere una superpotenza, ma si presentano sempre come portatori di una missione — difendere la democrazia, proteggere i diritti, aiutare il resto del mondo. Non è solo propaganda, ci credono davvero, almeno in parte. Un impero funziona solo se chi ne fa parte pensa che sia un bene, non solo una prepotenza. E la Cina? Ecco il rovescio della medaglia: contrariamente a quanto molti pensano, la Cina è ancora un impero “zoppo” proprio perché non ha ancora trovato la sua missione globale convincente. Gli americani, anche quando sono selettivi e perseguono i propri interessi, riescono a convincere i loro alleati che far parte del loro sistema è meglio che starne fuori. I cinesi per ora si raccontano come leader degli “ultimi della terra”, il cosiddetto Sud Globale, ma la loro narrazione non ha ancora la forza di quella americana. Dario Fabbri lo dice chiaramente: «Un impero non può essere solo autoreferenziale, deve raccontarsi in viaggio per l’umanità intera». Xi Jinping ci prova, ma la Cina rimane più chiusa: persino la parola originale per “Cina” in mandarino significa “impero di mezzo”, il centro del mondo, non qualcosa che viaggia verso gli altri. Aggiungi un dato che sposta la prospettiva: la Cina oggi ha un’età media di 41 anni, negli anni Settanta era di 19. L’Italia è a 46,7 ed è il Paese più anziano del mondo insieme al Giappone, ma la Cina si sta avvicinando rapidamente. Questo rapido invecchiamento è una bomba a orologeria: non solo per l’economia, ma per la capacità di una società di sopportare sacrifici e sostenere una sfida globale. Fabbri racconta che nel 2023 l’India ha superato la Cina come paese più popoloso: una differenza minima in termini numerici, ma psicologicamente enorme per i cinesi, che sentono il peso della decrescita e del sorpasso. E poi ci sono le divisioni interne: la distanza tra la costa ricca e l’entroterra povero è una frattura storica che, nei momenti di crisi, può portare a rivoluzioni. Lo si è visto con Mao: la campagna contro la città, un equilibrio sempre precario. Sul fronte marittimo, la Cina ha la flotta più grande del mondo, ma non controlla neanche i mari davanti a casa sua — tanto che non riesce nemmeno ad avvicinarsi a Taiwan, che dista solo 160 chilometri. Gli Stati Uniti, invece, controllano tutti gli stretti marittimi strategici e possono chiudere il commercio globale a chi vogliono. Ecco perché, nonostante la voglia di staccarsi dalla Cina, la globalizzazione rimane “roba loro”, come dice Fabbri: la Pax Americana è ancora la cornice entro cui si muove il mondo. Anche gli Stati Uniti, però, hanno le loro debolezze: non sono immuni all'invecchiamento, anche se il ritmo è più lento rispetto alla Cina. E sono stanchi di essere sempre il numero uno: da Pearl Harbor in poi non hanno mai smesso di essere coinvolti in guerre, di mantenere basi e colonie militari in giro per il mondo — da Okinawa a Porto Rico a Guantanamo. Questo pesa sulla popolazione americana, che a volte vorrebbe solo “tornarsene a casa”, favorita anche dal vantaggio geografico di vivere lontani dalle grandi masse continentali, protetti da due oceani. Ed è proprio questa lontananza il loro asso nella manica: i Paesi che devono scegliere un alleato tra una potenza vicina e una lontana preferiscono sempre quella che fa meno paura. È il motivo per cui Ucraina, Polonia, Vietnam o Filippine si affidano agli Stati Uniti contro Russia o Cina, anche se la democrazia c’entra poco nei loro sistemi politici. L’Europa, in mezzo a questa sfida globale, è spettatrice più che giocatrice: non è una nazione, non lo sarà mai, e ogni Paese ha interessi troppo diversi, soprattutto nei confronti della Russia. Basti pensare alle richieste di riparazioni di guerra tra Polonia e Germania dopo l'invasione russa dell'Ucraina: l'Europa rimane un insieme di Paesi che si muovono ciascuno per conto proprio, e al di sopra di loro ci sono sempre gli Stati Uniti che, se serve, dicono semplicemente “No, non si può fare”. L’Italia? La politica estera, da Draghi a Meloni, cambia poco: il vero mestiere dei governi italiani, dice Fabbri, è negoziare e gestire i soldi europei, che in realtà sono garantiti in larga parte dalla Germania. Ogni tanto ci si illude di avere un ruolo autonomo, come quando si firmò il memorandum sulle nuove vie della seta con la Cina, ma poi ci si riallinea subito. E a proposito di giovani: l’Italia, dice Fabbri, è il Paese più anziano del mondo, i giovani sono la minoranza della minoranza e adottano comportamenti da anziani, accettando compromessi che sanno di vecchiaia. Questo frena qualsiasi spinta rivoluzionaria. Nel frattempo, l’Africa sta per aggiungere quasi un miliardo di nuovi nati nei prossimi decenni: le migrazioni sono inevitabili, e la pressione demografica cambierà equilibri e rapporti di forza, anche perché le materie prime necessarie alla transizione ecologica sono lì, e tutti — cinesi, russi, turchi — sono già presenti e attivi. Sul fronte tecnologico, l’intelligenza artificiale non sarà la chiave che deciderà chi dominerà il mondo: la distanza tra Stati Uniti e Cina si è ridotta, ma rimane un campo in cui la questione umana pesa più di quella tecnica. E il famoso “secolo cinese”? Fabbri è netto: “Non penso che vedremo mai il secolo cinese”. La Cina dovrà agire presto, se vuole provarci, prima che la sua finestra demografica si chiuda. Ma gli Stati Uniti rimangono in vantaggio, anche perché il loro vero vantaggio non è solo la forza, ma la distanza. Gli altri scelgono l’egemone lontano, perché fa meno paura e un giorno, forse, può anche togliersi di mezzo. A livello globale, la democrazia non è mai stata vista come un valore universale: per la maggioranza dell'umanità è un principio occidentale, spesso legato al colonialismo, e in molti contesti la comunità conta più dell'individuo. Alla fine, la partita tra imperi si gioca su chi riesce a convincere meglio gli altri che stare sotto il proprio ombrello sia un vantaggio, non una condanna. Un impero è chi sa raccontarsi così bene che anche i suoi “clienti” ci credono. Se questa visione ti ha aperto una nuova finestra sul mondo, su Lara Notes puoi segnare I'm In: non è un like, è il modo per dire che questa idea adesso fa parte del tuo modo di pensare. E se stasera racconterai a qualcuno perché la Cina resta indietro nonostante la sua flotta, su Lara Notes Shared Offline puoi registrare quella conversazione vera con chi era presente, perché alcune idee meritano di essere ricordate insieme. Questa Nota viene dal Festival del Sarà - Geopolitica e futuro e ti ha fatto risparmiare 48 minuti.
0shared

“USA contro Cina. Sfida globale fra imperi | Dario Fabbri”